Non diventerà un cult, ma la prova del fuoco, cioè del ridicolo, la supera ampiamente. Inutile star lì a storcere il nasino: Pride and Prejudice and Zombies di Burr Steers è un discreto film. E lo è proprio grazie al tentativo – riuscito – di coniugare la poetica di Jane Austen e lo sberleffo alla George Romero, la frivola leggerezza dell’epoca vittoriana e il gore purulento di Tom Savini. Il tutto apparecchiato alla mensa di un romanticismo che sfocia ogni tre per due in duelli, mosse di wuxiapian un po’ appesantite ma efficaci, e nelle sempiterne orde di zombie che invadono inesorabilmente il mondo dei viventi.

Agli inizi del XIX secolo il nemico degli inglesi non è più il famigerato Napoleone, ma famelici zombie risorti a milioni che assediano città, villaggi e case di campagna. Perfino re Giorgio III sarebbe impazzito a causa di questa misteriosa epidemia. Tra le bucoliche pianure dell’Hertfordshire vicino ad una Londra in fiamme, ed in pericolo come chiunque, vivono le cinque sorelle Bennett con relativi genitori. Addestrate dai monaci shaolin in Cina (l’alternativa racconta la voce fuori campo erano le arti marziali giapponesi), le fanciulle devono essere fatte maritare, come nell’originale romanzo della Austen, al più presto con qualche gentiluomo. Per chi conosce il romanzo, e le riduzioni cinematografiche, dell’originale, sappia che la trama in PPZ è identica: ci sono tutti i personaggi Bingley, Wickham a Lady Catherine de Bourgh; ricorrono gli atteggiamenti, i caratteri e le psicologie canoniche, tra cui l’ininterrotta scaramuccia tra i due protagonisti assoluti, Darcy (qui colonnello) ed Elizabeth. Insomma il lavoro di sintesi di Steers (anche sceneggiatore) sul romanzo di  Seth Grahame-Smith (Orgoglio, pregiudizio e zombie, edito in Italia da Nord) sembra davvero encomiabile.

Così se da un lato non scontenta i fan del brand Austen, dall’altro Steers inocula il virus mortifero della salma sbrindellata, sanguinolenta e vorace che cammina. Ne allestisce la paura di morte, grazie all’incredibile forza e rapidità con cui gli zombie aggrediscono chicchessia, pure inventandosi scuse barbine per attirare ignari umani vicino a loro; poi la mescola con le classiche sequenze da corsa giocosa in mezzo ai prati con luce del tramonto, balli graziosi, spensieratezza e patimenti del cuore tra ragazze e giovani ricchi gentiluomini. Solo che le signorine modello steampunk menano fendenti, accoltellano, spappolano crani quanto i maschietti, soprattutto quel Darcy, l’amato/odiato infallibile cacciatore di zombie (la sequenza iniziale con le mosche liberate dal barattolino che individuano il possibile quasi morto tra i giocatori di carte è davvero potente).

La mitica storia d’amore romanzata, travagliata, fisica e palpitante, fa come da interpunzione principale, sostenendo drammaturgicamente il resto dell’opera carica di avventura, fantasy, e horror, nell’incedere classico che porterà i buoni a salvare il paese da umani corrotti e zombie malefici che avrebbero voluto conquistare l’Inghilterra. E se alla fine si perde per strada la differenza e lo scontro tra classi sociali che in Orgoglio e Pregiudizio pareva dialettica primaria, è questo protofemminismo ribelle, violento e totalmente credibile, a sostituirlo quasi a lambire e agire paritariamente con la mascolinità in fondo un po’ molle dei protagonisti uomini. Negli anni ottanta e novanta un’operazione del genere sarebbe sfociata inevitabilmente nel demenziale. Oggi la consapevolezza registica e produttiva (l’idea pare sia venuta a Natalie Portman che l’ha suggerita alla produttrice Allison Shearmur) portano ad un’idea di cinema totalmente autonoma dove colletti a sbuffo sembrano stare benissimo in tinta con la katana. PPZ apre le porta a qualcosa di diverso e bizzarro nel cinema del nuovo millennio. Se son rose fioriranno. Ed è a tutt’oggi i miglior film sugli, e con gli, zombie dopo Dawn of the Dead (1978). Sanissima e vitale Lily James (Elizabeth), catatonico quanto basta il nuovo Kyle MacLachlan, Sam Riley (Darcy).