Meno di 20 ore. E’ il tempo impiegato dai carabinieri per risolvere l’omicidio di Ezio Sancovich, ex capo area della Moncler, ora rappresentante dell’azienda di abbigliamento. Inchiodato la sera di lunedì 1 febbraio al volante della sua auto con tre colpi di pistola alla testa a Piombino Dese, in provincia di Padova. Dopo un’indagine lampo è stato fermato Renato Rossi, 68enne originario di Ferrara ma residente a Martellago (Venezia), disegnatore di capi d’abbigliamento. Un amico di vecchia data di Sancovich, suo socio in alcuni affari. Un grande appassionato di armi. Sul suo profilo Facebook, come riporta il Mattino di Padova, è ancora visibile l’ultimo selfie con un arsenale di fucili e pistole. In un’altra foto c’è il nipotino, seduto sul divano con un kalashnikov. Un’altra ancora, più datata, la figlia con un M16 più alto di lei. Con altri post, invece, “condivide” con gli amici di Facebook l’altra sua passione: quella per l’estrema destra. Alla fine, dopo un lungo interrogatorio davanti al procuratore Matteo Stuccilli e al sostituto procuratore Roberto Piccione, ha confessato di essere il killer.

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Foto dal profilo Facebook di Renato Rossi

Ed è stato lui stesso a raccontare in presa diretta l’omicidio. L’appuntamento è lunedì sera, intorno alle 20, vicino allo stabilimento della Moncler. Rossi e Sancovich devono discutere della restituzione dei 16mila euro che il 68enne deve al rappresentante. Una faccenda da liquidare in pochi minuti. Invece Rossi sale sulla Bmw di Sancovich che mette in moto e parte. I due litigano. Rossi non ha con sé i soldi. Allora Sancovich fa scendere l’amico, che a quel punto gli spara tre volte alla testa. All’improvviso. Sulla dinamica di quegli istanti, però, sono ancora in corso gli accertamenti dei carabinieri.

L’auto con il cadavere di Sancovich viene trovata intorno alle 21 da un passante sul ciglio di una strada della zona industriale di Piombino Dese. Sul posto viene trovato un bossolo cal. 9 Luger. In un primo momento i carabinieri pensano a lite stradale visto che la Bmw ha un tergicristallo piegato. Pista esclusa. Così come quella della rapina. L’assassino ha lasciato nell’auto sia il cellulare che il portafoglio del rappresentante. I carabinieri allora iniziano a scavare nella vita di Sancovich. Dove tutto è al proprio posto. Sposato e padre di due figli, curato e di bell’aspetto, una solida posizione finanziaria. Due passioni: la palestra e il ciclismo. Chi lo conosceva parla di un uomo “tutto lavoro e famiglia“. “La loro era una vita tranquilla”.

Vengono ricostruite le ultime ore della sua vita senza ombre. Alla moglie aveva detto che finito di lavorare si sarebbe fermato in palestra dove però nessuno lo ha visto. Vengono analizzate le sue ultime telefonate. Vengono vivisezionate le immagini delle telecamere piazzate tra lo stabilimento di Trebaseleghe, dove lavorava, e il luogo dove è stato ritrovato il suo cadavere. Tutto porta a Rossi. Incalzato dagli uomini del Nucleo operativo, prima fa trovare la pistola che ha nascosto vicino casa. Poi ammette di aver ucciso l’ex socio. E parla di quel debito di 16mila euro da saldare.