Il calciomercato che non c’è stato. Fastose trasmissioni televisive colme di esperti, nani e ballerine, siti dedicati che fanno il record di visite, giornalisti specializzati che dopo mesi in sonno come agenti segreti della Stasi rispuntano con mirabolanti esclusive. La sessione invernale del calciomercato doveva essere un emozionante circo colmo di fuochi d’artificio, si è rivelata invece un pallosissimo film iraniano dove non succede nulla. In Serie A, le grandi squadre sono rimaste immobili: al massimo si sono scambiate un paio di prestiti, e alla fine il bilancio è di 84 milioni spesi (quanto il Milan da solo l’estate scorsa) e 94 incassati, con un saldo positivo di 11 mln come non accadeva da 10 anni. A guardare i dati forniti dal portale Transfermarkt si vede che anche nel resto di Europa non si è fatto praticamente nulla. La Liga spagnola chiude a -16, la Bundesliga tedesca a -2 e la Ligue 1 francese a +13. In Inghilterra c’è stato un disavanzo di 145 mln, ma il colpo più costoso è stato il trasferimento di Imbula dal Marsiglia allo Stoke City per 24 mln. A conferma che a gennaio solo le piccole si sono mosse.

Basti pensare che in Italia la Juve è rimasta immobile, bloccando il giovane Mandragora (6 mln) per la prossima stagione, e così il Milan se non si vuole glorificare il ritorno a parametro zero dell’ex Boateng; il Napoli capolista ha speso 8 mln per il giovane Grassi, che se va bene vedremo in campo l’anno prossimo, e lo stesso vale per la Roma con il brasiliano Gerson (16 mln, arriva a luglio) cui ha aggiunto i prestiti di Perotti ed El Shaarawy; solo prestiti anche per l’Inter con Eder e per la Fiorentina con Tello (più 2 mln per Zarate). Alla fine, a conferma del trend europeo dove solo le medio-piccole hanno fatto qualcosa, hanno speso di più il Sassuolo (una decina di milioni per i giovanissimi Sensi, Mazzitelli e Trotta) e l’Udinese per il solito tourbillon di sconosciuti. Lontani i tempi degli acquisti invernali di Torres (60 mln, record), Mata (45), Lucas (40) e Dzeko (37), sono rimasti fermi in entrata Barcellona e Real, Bayern Monaco (solo Tasci in prestito), Psg e le due di Manchester, mentre il Chelsea oltre all’arrivo in prestito di Pato si fa notare solo per la cessione più significativa dell’intero calciomercato: Ramirez ai cinesi del JS Suning per 28 milioni.

A guardare la classifica dei campionati che hanno speso di più, fa impressione vedere dopo la Premier League la Chinese Super League, e al quarto posto addirittura la China League One (la seconda divisione). Chiaro segno che altrove ci sono i soldi che in Europa mancano. E qui si viene alla ricerca dei possibili motivi per cui il calciomercato invernale non c’è stato. Data la soppressione de facto del Financial Fair Play, quindi non è un problema di bilanci, può essere colpa della crisi economica che sta affliggendo il Vecchio Continente, e i paesi produttori di petrolio che negli ultimi tempi avevano speso assai (vedi Manchester City e Psg). In realtà però i soldi continuano a girare, e se ne girano di meno e perché girano in basso. Altro motivo potrebbe essere allora l’avvenuta scissione tra le grandi (che infatti pregustano un super campionato continentale, privato e al di là delle federazioni) e le piccole di ogni campionato: oggi come oggi le big si muovono solo per i campioni, vendendoseli tra loro, e farlo a gennaio può avere controindicazioni tecniche sulla stagione.

A questo è collegata la terza ipotesi. Lo spunto arriva dai cambi in panchina: Ancelotti al Bayern Monaco e Guardiola al Manchester City. Ufficializzati da poco, di Ancelotti si sapeva da tempo e, come hanno ammesso gli stessi dirigenti del City, l’arrivo del tecnico catalano era stato addirittura pianificato da diversi anni: da quando cioè altri due blaugrana come Soriano e Begiristain sono entrati nel direttivo del club. Questo fa capire come le grandi società oramai si muovano con anni di anticipo nella costruzione di una squadra, e quindi anche nell’acquisto di calciatori, siano essi fatti per motivi tecnici o pubblicitari. Per questo il cosiddetto “mercato di riparazione” di gennaio non ha forse più ragion d’essere, se non per le piccole che si giocano la stagione e gli introiti futuri per la sopravvivenza. Le big pianificano cicli a lungo termine, e la “riparazione” a quel punto non consiste nell’acquisto di un terzino, ma in drastici mutamenti societari.

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