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Fatemeh Salbehi è stata messa a morte nell’ottobre 2015 per aver ucciso il marito che era stata costretta a sposare a 16 anni. È stata condannata a morte per la seconda volta dopo un processo durato poche ore in cui la valutazione sulla sua maturità mentale si è basata su una manciata di domande, tra le quali se usasse pregare o se studiasse testi religiosi.

In Iran, uno dei pochissimi paesi al mondo a mettere a morte minorenni al momento del reato, dal 2013 le cose funzionano così: i prigionieri condannati a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni possono chiedere un nuovo processo e il giudice può decidere per una pena alternativa alla condanna a morte, basandosi sul suo giudizio discrezionale circa la crescita mentale e la maturità raggiunta dal reo minorenne al momento del reato.

Già questa procedura non rispetta gli obblighi assunti 20 anni fa dall’Iran, con la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, sulla base della quale né la pena di morte né l’ergastolo ostativo possono essere inflitti per reati commessi a un età inferiore a 18 anni. E, di fronte a un obbligo cui l’Iran si è volontariamente sottoposto, poco importa che le leggi di quel paese stabiliscano che la maggiore età inizia dopo i nove anni per le bambine e dopo i 15 anni per i ragazzi.

Ma c’è di più. Nei quasi tre anni trascorsi dalle modifiche al codice penale, le esecuzioni dei rei minorenni sono proseguite. I giudici chiamati a riesaminare i casi di condanna a morte si fanno l’idea, con qualche domanda banale, che la persona che hanno di fronte fosse mentalmente matura all’epoca del reato e confermano la sentenza.

È andata così, lo scorso anno, per Amir Amrollahi, Siavash Mahmoudi, Sajad Sanjari, Salar Shadizadi e Hamid Ahmadi (qui, la sua storia e un appello).

Dal 2005 al 2015, secondo Amnesty International, l’Iran ha messo a morte 73 minorenni al momento del reato, di cui almeno quattro lo scorso anno, prevalentemente per omicidio.

Altri 160 rei minorenni, secondo le Nazioni Unite, sono in attesa dell’esecuzione nei bracci della morte del paese. Con ogni probabilità, i dati effettivi sono molto più alti poiché in Iran le informazioni sulla pena di morte sono avvolte dal segreto.

Amnesty International è stata in grado di identificare i nomi di 49 condannati a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni, e anche le prigioni in cui sono reclusi. In media, la maggior parte di loro si trova nel braccio della morte da sette anni, alcuni da più di 10 anni. Arrestati da piccoli, verranno impiccati da grandi.

Nel giugno 2015 è entrata in vigore un’altra riforma secondo la quale gli imputati minorenni dovranno essere processati da tribunali specializzati nella giustizia minorile. In precedenza, i casi erano generalmente trattati dai tribunali per adulti.

Sebbene l’introduzione di questi tribunali specializzati sia un fatto positivo, resta da vedere se in questo modo si eviterà di ricorrere ulteriormente alla pena di morte nei confronti dei rei minorenni.

La cosa più semplice da fare sarebbe quella di abolire l’uso della pena capitale, a iniziare dalle condanne inflitte per reati commessi a un’età inferiore ai 18 anni.