Zoolander 2, a volte risfilano. Al box office, non fu un successo: budget di 28 milioni di dollari, ne incassò 45 in America e altri 15 nel resto del mondo. Eppure, le ricadute di immaginario, fashionista e collettivo, furono importanti: quindici anni dopo, Zoolander è un film cult, un must-see che piace alla gente che piace. Se noi abbiamo avuto prima i cinepanettoni e ora Checco Zalone, l’America modaiola e meta-modaiola ha partorito Zoolander, un fenomeno tardivo ma globale: rubando alle passerelle di Milano e Parigi, si sparava le pose prima dei selfie, atteggiava la bocca a culo di gallina prima di Barbara D’Urso e ipermodellava il futuro.

Era il 2001, negli States uscì il 28 settembre, e c’è chi stigmatizzò l’abbinamento tra tragedia pubblica e farsa cinematografica: Ben Stiller, alias Derek Zoolander, e Hansel, ovvero Owen Wilson, non raccolsero, forti dell’essere “belli, belli in modo assurdo”. Certo, con le loro pose Magnum e Blue Steel, qualche responsabilità ce l’hanno, almeno nell’odierna proliferazione dei selfie: “È la mia grande eredità, quel – scherza Ben Stiller – che lascio al mondo: allora i telefonini non avevano ancora la camera, ma il narcisismo c’era già tutto”.

Tra nichilismo estetizzante e nonsense totalizzante, Derek e Hansel tornano a solleticare le nostre velleità à la page, mietendo vittime illustri in cammeo, da Justin Bieber a Sting, passando per Valentino e Anne Wintour: “Stavolta abbiamo avuto il supporto del mondo della moda”. Viceversa, chi marca visita rispetto al primo capitolo è Donald Trump: “Gli avrei dato – dice Stiller – volentieri un altro ruolo, se solo avesse mollato la corsa per la presidenza”.

Tre lustri dopo, Zoolander 2, dall’11 febbraio in sala, ritrova Derek, l’orgiaiolo Hansel, il Jacobim Mugatu di Will Ferrell, mentre tra le new entry spiccano Benedict Cumberbatch, alias il pan-sessuale Tutto, e Penelope Cruz, un carriera da modella abortita per il seno troppo generoso: dura moda sed moda. Qualcosa è cambiato, ed è l’Italia: tra Cinecittà e Pantheon, siamo protagonisti e possiamo vantare, quale denominazione d’origine controllata, il “mono-matrimonio”, istituito tra sé e sé. In tempi di Family Day, una primizia: “Ho due figli di cinque e due anni, e – dice Wilson – credo che due genitori debbano dare amore: tutti quelli che possono amare qualcuno e prendersene cura sono qualificati per essere genitori, mi sembra ovvio”.