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Vale ed io ci conosciamo dal 2003. Aveva appena finito il liceo e cominciava l’Università. Anch’io, all’epoca, ma dall’altra parte della cattedra. Da lì a poco avrei intrapreso la carriera accademica, coi primi esami a quelli che un tempo erano colleghi. Era una bambina, Vale. Mi colpì il suo sguardo, sempre accompagnato alla stessa dolcezza delle sue parole. Nessuna mai fuori posto. Stava con la mia coinquilina. La chiamavamo Ruth. Aveva una naturale inclinazione alla gioia. Si innamorarono. Non ho altri termini per descrivere quella realtà. Poi la vita andò per conto suo. Ruth decise di sposarsi, a un certo punto. Ma sono rimaste amiche, si sentono ancora oggi. Non c’è posto per il rancore, quando nel tuo sguardo risiede la gentilezza.

Maria, poi. Anche lei, l’ho conosciuta anni fa. E lì il bambino (si fa per dire) ero io. Avevo fatto coming out da poco, cominciavo a frequentare altri ragazzi gay come me. Uno di loro, Antonio, me la presentò. Ormai sono vent’anni. Con lei ci vediamo quasi ogni estate in Sicilia oppure quando vado a Milano. Ogni volta si discute per chi deve offrire l’aperitivo. Oppure stiamo ore al telefono. A parlare dei rispettivi uomini “indegni”. Di quando ci maltrattano l’anima e comunque si va avanti. Perché non può essere altrimenti.

Vale l’ho rivista proprio l’altro ieri, dopo più di dieci anni. Fu un’amicizia veloce la nostra. Quando Ruth decise di arruolarsi perdemmo i contatti. Ci sentivamo via sms (non c’era Facebook) e io avevo paura per quelle missioni in Afghanistan. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro. Tranne per quello spazio in mezzo al cuore. Vale sta lì. Ci ritrovammo sui social. Un “mi piace”, in chat ogni tanto. Sempre a distanza, lei ora vive al Nord. Fino a quando mi scrive “ma sei ancora a Milano”? Sì, le rispondo, presento il libro alla Casa dei diritti. “Dai, vediamoci”! E così sia.

A Maria ho detto del mio cuore un po’ malandato. E dello stomaco sottosopra. Perché capisci, le confesso, dopo anni in cui non avevo le farfalle nello stomaco… ed era tutto un bluff. E allora il suo sorriso, che si appoggia su di me e sul resto della mia vita come gli uccelli, in quel dipinto di Giotto, sulle spalle di san Francesco. Passeggiamo fino a Castello Sforzesco. Passa un tizio, quello che tecnicamente possiamo chiamare “un gran figo”. Ci guardiamo, ridiamo. Ridiamo! Un po’ come se, per un istante, i nostri occhi straripassero di tutta la felicità possibile. Dimenticando tutti i processi di sottrazione che ci rendono uguali di fronte alle cose del mondo. Mi accompagna alla presentazione. È lì per me. C’è sempre. Dietro al telefono, o per le strade di un giorno qualsiasi. C’è.

Torno a Roma, quindi. La nebbia della pianura padana mi rende un po’ triste. E non è solo quell’attitudine alla malinconia, tipica degli animi inquieti. No, è proprio meteoropatia. E beato a chi non ci crede. Per me è come se si congelassero i pensieri. Ma sto divagando. Rientro a casa. È già calda. C’è un odore di quotidianità. C’è Caterina con me, in questi giorni. È venuta per la discussione in Senato del ddl Cirinnà. Io la chiamo Brainie, in privato. Ha steso i panni, ha fatto la spesa. Ha pensato a me. È al Family day, adesso. Per capire, per vedere. Fa la giornalista. Mi manda alcuni sms: “Tra poco arrivo”, “Non erano poi così tanti”, “Se questa piazza sposta una sola virgola, siamo un paese di poveracci”. Contrariamente al 20 giugno, non provo nessun sentimento di impotenza. È come un horror di serie B. Già visto, non spaventa più. Ritorno ai miei ricordi.

Vale, dieci anni e rotti di lontananza. Poi ci rivediamo ed è come allora. Le stesse parole cortesi, gli occhi belli come un sottobosco autunnale. E finisci in un parcheggio di notte, dentro il carrello della spesa, come nel video di Roma-Bangkok. E la cantiamo pure. Maria e la sua quotidianità a distanza. Brainie, il suo amore quasi incondizionato (perché, che vi credete?, litighiamo anche noi). La prossima settimana sarò a Torino, sempre per il libro. Ed anche lì, una delle mie famiglie ad aspettarmi. Due mie colleghe, lesbiche. Insieme da tanto. Se le unioni civili dovessero passare, forse si sposeranno. Le chiamo, affettuosamente, Praxedes e Mary. Quando si è come me, senza radici ferme, succede un po’ così: sono gli altri e le altre a prendersi cura della tua indeterminatezza.

Scrivo tutto questo perché ieri, a Roma, qualcuno ha manifestato contro tutto questo. Contro di me e le persone di cui vi ho raccontato. Contro le nostre vite, per quello che sentiamo dentro. Al di qua della pelle. Scrivo tutto questo perché il mio giorno della famiglia è sempre al plurale. È quel celebrare l’amore di chi – non importa la sua identità sessuale – c’è sempre quando è il momento. E per farlo, non ha bisogno di andare contro la felicità e la bellezza altrui. Per queste ragioni scrivo tutto questo. E non lo faccio contro nessuno.