“De-Lirio Abbate”, così uno degli avvocati di Massimo Carminati, ha ribattezzato Lirio Abbate, il coraggioso giornalista de l’Espresso, che ha dedicato la sua vita al contrasto delle mafie e del malaffare. Dal 2007 è costretto a vivere sotto scorta a causa  delle minacce dei mafiosi che non gli hanno mai perdonato le sue inchieste su Palermo e dintorni, sugli intrecci con la malapolitica, sulla corsa a mettere le mani sugli appalti e sui rifiuti da riciclare a peso d’oro.

Lirio Abbate, sin da quando era un giovane cronista dell’Ansa, ha sempre cercato di documentare il malaffare, di dare memoria alla comunità, di andare oltre la cronaca per consentire al lettore di percepire la profondità e i guasti prodotti dalla corruzione. Per questo i mafiosi ed i loro complici hanno sempre odiato i cronisti come lui.

Negli ultimi anni Lirio ha dovuto trasferirsi a Roma e qui ha ricominciato il suo lavoro di ricerca, di scavo, di documentazione, sino a quando ha contribuito a far emergere dalle fogne della capitale le terre di mezzo, quelle dell’illecito, della corruzione, dell’umiliazione della dignità delle istituzioni e delle persone.
Gente come lui, Marco Lillo, Federica Angeli, Giovanni Tizian, Attilio Bolzoni, Nello Trocchia, per fare solo qualche nome, ha contribuito in modo decisivo a “illuminare” quello che doveva restare nascosto per continuare ad alimentare Mafia Capitale.

Non casualmente nelle intercettazioni telefoniche si ascoltano in modo inequivocabile le minacce contro Lirio Abbate e contro quei giudici, in testa il procuratore Pignatone, che hanno deciso di contrastare questa vera e propria associazione a delinquere. Per queste ragioni appaiono ancora più intollerabili le parole pronunciate in aula da uno degli avvocati di Massimo Carminati, detto il nero per la sua fede nel fascismo. Quel “De-Lirio Abbate che non ha mai vinto il Pullitzer…”, ed altre dello stesso tenore, suonano in questo contesto come frasi più minacciose  che ironiche.

Perché mai puntare il dito contro i cronisti che hanno fatto il loro mestiere? Perché farlo dentro l’aula del tribunale? Un gesto di sfida? Perché fingere di ignorare che Lirio Abbate è da tempo nel mirino delle mafie, a tal punto da essere costretto, insieme alla sua famiglia, ad una vita blindata?

Il diritto alla difesa è un diritto sacro, per qualsiasi imputato, a prescindere dalla gravità delle imputazioni, ma quello che è accaduto in quell’aula merita una risposta da parte delle Autorità istituzionali e di garanzia. Lirio Abbate, e gli altri cronisti che di trovano nelle sue condizioni, hanno operato ed operano per informare la pubblica opinione e per affermare i valori della legalità repubblicana e costituzionale, mai come in questo caso, il giornalismo diventa un vero e proprio “Servizio al pubblico”.

Per questo raccogliamo l’appello lanciato, con la passione civile di sempre da Alberto Spampinato e dalla associazione Ossigeno, non solo a solidarizzare a Lirio Abbate e gli altri cronisti minacciati, ma anche ad essere tutti presenti alla prossima udienza del processo. Sarà un modo per mettere una firma collettiva sotto gli articoli, le inchieste e i libri di chi ha scelto di contrastare il ” De-Lirio mafioso” a Roma e non solo.