Malasanità al Policlinico di Bari reparto Neurochirurgia

Cosenza, Ospedale dell’Annunziata, unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia. La Procura apre un’inchiesta per capire le cause che in sala parto hanno determinato, il 25 gennaio scorso, la morte di un neonato. Parto naturale per una trentatreenne alla sua terza gravidanza da cui trapelano particolari raccapriccianti: dall’autopsia emergerebbe la morte cinque giorni prima del feto in grembo che riporterebbe indicibili mutilazioni. Eppure la lettura d’un banale tracciato avrebbe dovuto evidenziarlo.

Un potenziale caso di malasanità in una regione costellata negli ultimi anni da troppi decessi, a partire da Federica Monteleone, 16 anni, morta nel 2007 a Cosenza dove era stata trasferita per complicazioni a seguito di un blak out verificatosi durante una banale appendicectomia effettuata allo Jazzolino di Vibo valentia, lo stesso ospedale dove oggi manca il ghiaccio e al Pronto soccorso gli infermieri ti invitano ad andare a prenderlo al bar! Certo, l’ostetricia è branca più d’altre condizionata dalla casualità perché in un attimo può accadere di tutto ed è altrettanto vero che siamo anni luce lontani dai tempi in cui la Calabria brillava in questo campo. Eppure, ancora un bambino morto in sala parto non è soltanto un evento luttuoso con tanto di ispettori in arrivo dal Ministero della salute ma merita una riflessione per arrivare al cuore del problema.

Accade in Calabria, regione commissariata sanitariamente parlando. Una regione dai livelli essenziali d’assistenza al lumicino malgrado un bilancio regionale assorbito per il 62% dalla sanità (3 miliardi 523 milioni di euro). Una regione leader in viaggi della speranza: nel 2015 i calabresi alla ricerca di cure mediche adeguate sono stati più di 70mila, tutta economia (300 milioni di euro) andata ad incrementare il Pil d’altre regioni. Una regione che per l’Indice di performance sanitaria di Demoskopika è quella più malata d’Italia in quanto a soddisfazione sui servizi sanitari, liste d’attesa o famiglie impoverite da spese sanitarie out of pocket (farmaci, case di cura, visite specialistiche…).

Frattanto a Cosenza, dove si preparano i bisturi per le prossime amministrative, il dibattito politico s’accende sulla sanità, non tanto sulla qualità della salute pubblica bensì sulla necessità d’una nuova struttura ospedaliera. Consiglieri comunali e regionali, aspiranti ad uno scranno nel civico consesso: ognuno pronto a schierarsi pro o contro la nuova ubicazione. Tutti pazzi per la nuova edificazione (in barba al consumo di suolo zero). Pochi quelli che s’interrogano sulla qualità dei servizi attuali. Eppure è di questi giorni la denuncia dei chirurghi ospedalieri sui bisturi spuntati o i guanti che si rompono a seguito di gare al ribasso. E può accadere che ci si schieri (disegnando nuove/vecchie alleanze) pro o contro la localizzazione della nuova struttura (piccole città di provincia o grandi metropoli, la destinazione dei terreni non è cosa di poco conto), con i pentastellati che già gridano ad una nuova speculazione edilizia. Italo Calvino docet.

Certo, la costruzione di strutture sanitarie tecnologicamente avanzate, al passo coi tempi, è sempre cosa auspicabile. Ciononostante, frattanto, non sarebbe il caso di pensare a come evitare di sottoporre la classe medica e paramedica a turni stressanti, al punto da poterli indurre in errore? Non sarebbe più opportuno pensare ai servizi alle famiglie? Nella struttura ospedaliera di Cosenza non esiste neanche un obitorio degno di questo nome, con famiglie costrette ad aggiungere al dolore della perdita quella della mancanza di dignità della struttura. Non sarebbe meglio, in reparti come rianimazione o geriatria, potenziare la dotazione infrastrutturale, magari con lettini dotati di materassi antidecubito?

Iniziare dalle piccole cose per arrivare alle grandi. Per una sanità pubblica più decorosa, in Calabria ancora da grado zero. Magari dando risposte concrete ai bisogni reali. Magari avendo il coraggio, questa volta, a queste latitudini, di tenere la politica cento passi indietro. Quella stessa politica, di destra o di sinistra, che tanti danni ha arrecato, condizionando l’arrivo o la partenza di questo o quel primario; puntando, nelle promozioni della dirigenza, più che sulle competenze sull’appartenenza. Per un corso davvero nuovo, non più di parole ma di fatti.