Si prospetta una stagione di cambiamenti nello show business di casa nostra. Facciamo il punto. La governance della Rai è cambiata e così anche l’affidabilità dell’incasso del canone, la sua maggiore fonte di finanziamento. A questo punto, cambiata la testa e rifornite le tasche, il Servizio Pubblico affronta la prova più temibile per qualsiasi azienda: trasformarsi sia in quel che offre (e siamo ai piani editoriali, ovvero quali e quanti tg e programmi, su quali e quanti canali e piattaforme) sia in come lo fa (mezzi tecnici, organico e organizzazione). Si procederà per aggiunte, come si è sempre fatto, oppure mediante riconversioni? A noi pare obbligata la seconda, oltremodo impervia strada perché altrimenti il passato si mangerà il futuro della Rai. Un problema enorme, che ci rende impazienti con chi si balocca con le polemiche d’antan sulle presenze dei politici nei telegiornali.

Mediaset è alle prese con la diversificazione. È nata per essere e restare il boss della pubblicità dotato di propri dominanti canali televisivi, è da sempre abilissima negli acquisti dei prodotti, è pressoché inesistente nella realizzazione di prodotti originali. Quindi dispone di library possenti, ma temporanee perché a noleggio e, venuti meno i vantaggi del “conflitto di interessi” finisce con l’essere una “cash cow“, cioè una mucca da cui mungere i soldi a beneficio di chi vende i diritti d’uso di fiction, sport e format vari. Anche qui, dunque, il problema pare consista essenzialmente nell’emanciparsi dal proprio passato.

La7, con la nuova (non più tanto) proprietà di Cairo, ha dapprima tentato di unire quel che c’era, la rete di opinione, con qualcosa che mancava, ovvero la rete di compagnia, simile alle fortunate riviste ultra pop dell’editore proprietario. Ma si è dimostrata insuperabile la differenza, addirittura l’antagonismo, fra il pubblico che aveva e quello che cercava, sicché quei tentativi sono stati accantonati. Probabilmente per una rete di opinione, basata sulla dialettica e lo spettacolo delle parole, l’area di espansione più prossima e verso la “tv interessante”, modello Piero e Alberto Angela, National Geographic e via dicendo. Ma qui la vita è dura perché i costi si impennano e bisogna integrarsi con potenti soggetti globali per godere dei vantaggi del mercato mondiale. E dunque la sfida, ammesso che sia questa, non è meno temibile di quella fronteggiata da Rai e Mediaset. Il panorama si completa con le prime mosse di Sky e Discovery sui loro canali free in posizione ottava e nona del telecomando. Intanto il Governo ha battuto ieri un colpo molto forte con la legge di sistema dell’audiovisivo intero, su qualsiasi schermo grande o piccolo. Legge concepita da Renzi, Franceschini e Giacomelli e accolta con sinceri applausi dal mondo della produzione. Applausi, ma anche qualche ansia per la sfida professionale e creativa con cui misurarsi senza tanti alibi che fin qui spiegavano il nostro sottosviluppo produttivo. Per chi vorrà controllare, da qui a qualche tempo, il polso della situazione, un consiglio: occhio alle esportazioni e alla occupazione. Il resto sono chiacchiere.