Non so cosa preveda il regolamento di polizia in materia di caschi levati e di saluti ai manifestanti, ma quella mano tesa, in tutti i sensi, dal vicequestore di Genova, Maria Teresa Canessa, a un operaio dell’Ilva di Genova rappresenta un’Italia civile, capace di andare oltre i muri e la arida e cinica ripetizione del copione assegnato a ciascuna comparsa.

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Quel gesto è già stato sottoposto a “vivisezione”, interpretato e strumentalizzato in vario modo, a seconda delle necessità e delle convenienze di parte, di partito, di fazione, di banda. Non è mancato chi l’ha accusata di aver compiuto un gesto inopportuno, una sorta di “omaggio” a chi pure aveva bloccato la strada e paralizzato il traffico; per fortuna che, sino a questo momento, a nessuno è ancora venuto in mente di accusarla di “connivenza” con l’avversario, che poi sarebbero gli operai che rischiano di restare senza lavoro.

Altri hanno invece considerato quella mano tesa una sorta di astuzia del nemico che tenta di “ammansire” il nuovo lupo non di Gubbio, ma di Genova. Mai come in questo caso gli opposti cretinismi si annullano a vicenda. Più realisticamente e semplicemente forse quella donna si è resa conto che quei lavoratori non erano del black bloc, ma persone esasperate dal mancato rispetto degli impegni, alla vigilia di una possibile chiusura degli impianti, privi di prospettive per il futuro loro e dei loro figli.

Probabilmente Maria Teresa Canessa ha pensato tutto questo e quando ha visto che, dopo momenti di vera tensione, la polizia e i lavoratori dell’Ilva hanno ripreso il filo del dialogo e dell’ascolto, ha trovato giusto e persino doveroso, levarsi il casco e tendere la mano. Quel gesto, oltre ad essere umanamente apprezzabile, è anche deontologicamente corretto, perché il dovere della polizia è quello di tutelare l’ordine pubblico e democratico, e quella stretta di mano è servita, almeno ieri, a salvaguardare la convivenza civile ed il rispetto della dignità.

In ogni caso qualsiasi siano state le sue motivazioni, preferiamo di gran lunga Maria Teresa Canessa e i suoi colleghi a quelle “squadre speciali” che assaltarono la caserma Diaz e che le mani invece di stringerle, le spezzarono.