sdidore

MILANO – La lingua di Testori è porta leopardiana che ti apre alla valle dell’infinito o che ti chiude come siepe la visuale. Devi entrarci, con tutte le scarpe, in profondità, sporcarti nel fango, immergerti nelle sabbie mobili, farti inglobare e fagocitare, perfino digerire e sputare come torsolo. E’ un complesso processo passivo, di cullarsi nell’armonia della terminologia, alta e popolana, elitaria e volgare, accademica e bassa, come farsi pungere dalle blasfemie sparse, dalle bestemmie infarcite, dagli slanci pruriginosi dei quali è disseminata.

E’ un altalena che ti spinge in alto e che, quando hai compreso le altezze e le vette del discorso, ti incarognisce rispedendoti nella melma, a terra, nel lercio, lezzo quotidiano e misero di vite minute, le nostre. Tutto sta a cavallo tra l’estrema devozione cristiana e la provocazione, tra il conservatorismo e il meschino, tra il reazionario della preghiera e l’insulto bieco avvelenato, tra le mani giunte e le dita contratte in un pugno viscerale.
La lingua di Testori è leziosa e irta, è cantilena e letto di fachiro, è agevole e al tempo stesso spinosa e scomoda. Non puoi accoccolarti, devi abbandonarti al suo massaggio anche quando diviene colpo preciso, lineare a fendere, a ferire. Come in questo Sdisdorè (la regia è di Gigi Dall’Aglio), rilettura particolare dell’Orestea di Eschilo, una delle sue ultime opere, che è salvifica e pesante, atterrente e luminosa, ripreso con forza e cura da Michele Maccagno in nero che è grottesco e burattinesco, dalle movenze cupe e violente, aggressivo e manichino, manicheo e debordante in bilico tra Commedia dell’Arte e i Pupi siciliani.

Testori sfodera un gramelot impastato; il suo è un inventato linguaggio che ha come ingredienti principali il milanese (dialetto, non lingua), neologismi immaginifici che consolidano, latinismi volgari a cospargere come aghi, imbellettare e coprire come zucchero a velo, di aulicità come chiodi di garofano, autorevolezza arcaica, storicità, antichità. Grande sperimentatore che, seppur provenga dalla stessa lava pasoliniana, usa, a differenza dello scrittore di Casarsa, l’ironia e il gusto per l’oscenità e la sconcezza come rafforzativo spregiudicato che inquieta e allontana da una parte, allieta e apre dall’altra.

Il lavoro di Maccagno (piemontese, laureato in architettura, dieci anni al Piccolo con Ronconi), con un pianista (Emanuele Nidi che rimane in traccia ed esprime comunque drammaturgia) come tappeto e contrappunto a solcare la via e a drappeggiare le sue mosse, le sue mani, è anche una riflessione sull’attore, sul suo stare dentro e fuori la scena, con un narratore che ci racconta le vicende di Agamennone e Oreste, Clitennestra ed Elettra, pifferaio magico che agita e muove i caratteri all’interno della piccola agorà. Tra Arlecchino e Pulcinella, con una spruzzata di Dario Fo e il Brancaleone di Vittorio Gassman.

Quello che sembra un trono (in tempi sanguinosi da Macbeth) coperto da un lenzuolo terso e lindo, si rileva una postazione da camerino con lampadine da varietà attorno alla cornice, lì dove si diventa, ci si trasforma da persone in personaggi, da umani piccoli a maschere universali ed eterne. Lo scrittore della tragedia esce e spiega, come regista mette ordine e puntiglio a questa scrittura che avanza per immagini iperboliche, inneggiante, paradisiaca sprona i suoi strumenti (i protagonisti della recita) nello slalom tra piccoli stagni circolari, barchette incerte e instabili, disegni sulle ginocchia a ricordarci teatrini di legno felliniani a cambiare aia e paese, piazza e imbonitori.

Maccagno governa, cavalca e tiene le briglia di questa lingua calda, piena, goduriosa e godereccia come zeppa di senso di colpa, grondante e umida, carnale e tattile, materica e concreta, densa e laica, vulcanica e paradossale, incessante e umorale, sporca, scabrosa e sensuale, ustionante, ruvida, unta, contadina, rurale e rustica, medievale e aristocratica, onomatopeica, estremamente musicale, smodata, principesca e plebea, lussuosa e oscena, regale e triviale, sfarzosa e proletaria, sontuosa e becera, vistosa e licenziosa, rumorosa e fine, elegante e indecente, copiosa e immorale, corposa e rozza, elevata e grezza, delicata e burbera, sagace e granulosa, sensibile e greve, leggera e grave. Fascino e limite. Panorama e benda. Calamita e calamità.
Visto allo Spazio Tertulliano, Milano, il 22 gennaio 2015