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Celebrando la giornata della memoria, l’errore più frequente che viene compiuto è quello di isolare lo sterminio nei lager, come se fosse un momento a sé stante, slegato da ciò che lo precede – l’origine ideologica, la mentalità, la legislazione – e da ciò che avviene dopo, dal momento che, in altri contesti, le eliminazioni di massa e le barbarie non sono cessate con la fine del nazismo.

Nei confronti degli ebrei, il nazismo e i fascismi europei portano alle estreme conseguenze (discriminazione, isolamento, annientamento) immaginari e pratiche violente perpetuate nei secoli. Per la prima volta, con i fascismi, l’ideologia antisemita diventa la guida al funzionamento di efficienti apparati statali.

Il pregiudizio contro gli ebrei è stato fortemente radicato nella cultura cristiana, nel corso dei due millenni. Nelle preghiere del venerdì santo, a partire dal VII° secolo, ve n’era una per gli ebrei che diceva: “preghiamo anche per i perfidi giudei”, orazione che traeva il suo riferimento antisemita dalla seconda lettera di Paolo ai Corinzi. Nel 1928, l’Associazione cattolica Amici Israel chiede alla Santa sede di modificare il testo della preghiera, ma per risposta il Vaticano chiude l’associazione. Sarà papa Giovanni XXIII, nel 1959, a far cancellare il termine perfidia e la preghiera verrà interamente riscritta nel 1965, togliendo anche il riferimento alla speranza di conversione degli ebrei.

L’antisemitismo cattolico, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, prepara il terreno al razzismo: in Francia, specialmente nelle campagne, i preti e i militanti cattolici attaccano massoni, repubblicani ed ebrei. Nello stesso periodo, in Italia, la stampa cattolica – da quella più intransigente a quella più conciliante – non indugia a rimarcare l’immagine dell’ebreo deicida. Nell’est dell’Europa, la Chiesa ortodossa – parte del sistema di potere in Russia – tollera i pogrom (saccheggi, violenze e uccisioni di ebrei da parte dei contadini slavi, particolarmente violenti dal 1871 al 1921, eseguiti anche nei territori cattolici della futura Polonia). Uno dei più autorevoli storici dell’antisemitismo, il russo naturalizzato francese Léon Poliakov, ha posto il problema di “chiedere il conto alla cristianità”.

Al di fuori dell’ambito ecclesiastico, nei testi di grandi filosofi del Settecento, come Voltaire e Kant, non mancano punte di antisemitismo, visibili anche in Hegel. Nel 1847 il sociologo e anarchico francese, Pierre-Josef Proudhon, aveva espresso l’idea di rispedire gli ebrei in Asia oppure di sterminarli. A cavallo del XX secolo, dal pregiudizio antiebraico sono toccati l’antropologo e sociologo francese Gustave Le Bon e lo psichiatra svizzero protestante Karl Gustav Jung, secondo il quale “l’inconscio ariano ha un potenziale più elevato dell’inconscio ebreo”.

Si arriva ai casi più noti del Novecento che riguardano – per altri versi – riconosciuti maestri del pensiero come i tedeschi Martin Heidegger e Carl Schmitt, di fronte ai quali il filosofo Hans Robert Jauss imputa alla loro dignità di uomini il non avere mai pubblicamente mostrato colpa e vergogna per le posizioni consenzienti verso il nazismo.

Hitler, riprendendo la diffusa letteratura razzista del XIX secolo, richiama l’ereditarietà fisica e mentale per costruire la nozione di colpevolezza genetica. Tra gli autori noti al dittatore nazista, l’orientalista tedesco Paul de Lagarde scrive che “gli ebrei sono come i bacilli e che li si deve annientare al più presto e nel modo più radicale” raccomandando di odiare coloro che rivolgono la parola agli ebrei.

Per questa letteratura (si ricordano altri due autori conosciuti da Hitler come Guido von List e Jorg Lanz) gli avversari degli ariani sono senz’anima e tagliati fuori dalla natura e dall’universo. Contro gli ebrei è però necessaria la lotta dalla quale scaturirà la vittoria o la distruzione. Va ricordato che negli anni Ottanta dell’Ottocento l’ebreo e orientalista francese, James Darmesteter, avvertiva tutta la pericolosità di una distinzione per razze, perché un conflitto fra razze non è più guerra ma sterminio. Un inascoltato presagio che individua una delle ragioni profonde che portano al massacro.

Nella formazione culturale delle generazioni che hanno vissuto la tragedia della Seconda guerra mondiale, tranne poche eccezioni, l’antisemitismo è diffuso, virulento o insinuante, proveniente dalle culture “alte” come dalle culture popolari.

La classificazione delle razze è scientificamente insostenibile, ma per la sua accettazione culturale c’è voluta la terribile esperienza della Shoah. La razza umana è una sola, senza distinzioni, ciononostante la fratellanza all’interno del genere umano non è il sentimento più diffuso.