Chi ha visto la trasmissione di ieri su Rai3, “Pane Quotidiano”, in cui la conduttrice Concita De Gregorio ha intervistato Karim Franceschiautore de “Il Combattente”, libro in cui racconta il suo combattimento contro Daesh a Kobane, avrà assistito alla legittimazione dei foreign fighters. L’intervista, infatti, è sembrata un esplicito riconoscimento di valore di questo foreign fighter che ha combattuto dall’altra parte, rispetto al modo con cui usualmente attribuiamo questa etichetta. Il programma è lanciato così dal sito web Rai: “Lasciare tutto – l’amore, gli amici, la propria vita in Italia – per andare a combattere l’Isis con il popolo curdo: questa è stata l’avventura di Karim Franceschi, figlio di un ex partigiano italiano, e di sua moglie marocchina”.

Nella trasmissione Franceschi si è definito “una persona normale con degli ideali”, opinione condivisa da Concita: “un ragazzo che ha fatto una scelta perché ci credeva”, giustificata nel sentire della conduttrice perché legata alla esperienza di un padre partigiano che combatteva i fascisti. Quest’ultima una opinione ampiamente ripresa dai media. Già, perché non è solo la Rai che rilancia la positività di questo foreign figtherRepubblica lo ha incensato giustificandolo così: “Karim Franceschi: ‘Io, l’italiano di Kobane. Così ho combattuto l’Is nel nome di mio padre che sconfisse i fascisti’”. Ancora una volta in nome dell’antifascismo di storica memoria, facendo rivoltare nella tomba quelli che allora combatterono e morirono, si porta a esempio dei nostri giovani un povero foreign fighter che pone le medesime ragioni, le medesime ambizioni, le medesime risposte ai medesimi problemi di chi parte per combattere per Daesh.

Si tratta solo di scegliere con chi stare.

La retorica della Rai rischia di fare il gioco di Daesh. Ne abbiamo un riscontro immediato dai commenti sulla pagina Facebook della trasmissione, dove per esempio si legge: “‪#‎IlCombattente di Karim Franceschi ecco cosa ne pensano gli studenti e le studentesse che lo hanno letto ‪#‎PaneQuotidiano. Racconto sbalorditivo, capace di aprire gli occhi a noi ragazzi su una guerra che ci sembra tanto lontana, e invece è così vicina. Testimonianza di un ragazzo che ricalca le orme dell’eroe dei film hoolliwoodiani, che contro il volere di tutti parte nel nome dei suoi valori, del suo ideale di giustizia, per proteggere un popolo martoriato dalla guerra, che porta con sé, nel suo viaggio, una calza da regalare ai bambini di Kobane. Karim dimostra, in ogni riga di questo libro, di essere attaccato ai suoi valori, di non essere andato in guerra per giocare. È lì per dare libertà alle popolazioni oppresse da Daesh. E non ha paura di morire per la patria. Combatte con grinta e senza mai mollare, per ‘dare un futuro ai bambini che non sia nero come la bandiera dell’ISIS’. ‪#‎ilcombattente #‎KarimFranceschi”.

Insomma la Rai ha ragione: presenta Franceschi come un idealista dell’avventura nei lanci del programma, lo santifica figlio di partigiano combattente in trasmissione, ne raccoglie su Facebook la messe che lo incorona eroe dei film di Hollywood. Stessa retorica, stesse immagini, stesse parole della propaganda di Daesh che recluta i giovani che vanno a combattere per il califfato: neanche loro vanno lì per giocare, in fin dei conti.

Allora dove sta la differenza? Sta nella parte per la quale si combatte? Certo… è la Rai adesso che definisce il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Come magari è KhilafaLive (la Tv di Deash) che definisce i medesimi principi per gli islamisti. Pari e patta. A questo punto la partita è persa. O forse c’è ancora la speranza di sfondare lo sfondo di cartone di un mare finto, per ritrovarsi come Truman Burbank al termine del suo Show.