Per una settimana hanno bloccato gli accessi alla città, aspettando un minimo cenno da parte del governo centrale. Segnale che non è arrivato, e dopo sette giorni di blocchi e picchetti, diecimila persone hanno invaso il centro di Gela, per stringersi attorno agli operai del petrolchimico Eni. Uno sciopero generale proclamato dal consiglio comunale, al quale ha aderito praticamente l’intero tessuto cittadino: professionisti, dipendenti pubblici, politici, studenti e persino sacerdoti hanno marciato all’ombra del petrolchimico, voluto 53 anni fa da Enrico Mattei. “Lo vedete questo cielo azzurro? Non è una buona cosa per voi. Finché resta pulito, voi sarete poveri. Ma quando sarà pieno di fumo, voi avrete il benessere”, sono – secondo la leggenda – le parole pronunciate davanti ai gelesi dall’ingegnere marchigiano. Da allora migliaia di operai hanno varcato i cancelli dello stabilimento di Gela, dove per mezzo secolo la parola lavoro ha fatto rima esclusivamente con l’azienda del cane a sei zampe. “Io – spiega uno dei manifestanti – sono un lavoratore dell’indotto del petrolchimico da 25 anni, come mio padre, e metà della mia famiglia: pensavo che fosse anche il destino dei miei figli. Ma credo proprio di essere l’ultimo”.

Dopo anni di crisi e disimpegni economici, infatti, a Gela la situazione è praticamente precipitata: e adesso circa tremila operai aspettano boccheggianti un segnale dai palazzi romani. Domani, infatti, entreranno al ministero del Lavoro il governatore della Sicilia Rosario Crocetta e il sindaco di Gela Domenico Messinese, convocati per definire misure straordinarie sull’uso degli ammortizzatori sociali. Rimane fermo al palo, invece, l’accordo firmato nel novembre scorso tra l’Eni, la Regione Siciliana e il ministero dello Sviluppo Economico: 2,2 miliardi di euro d’investimenti, bonifiche sul territorio e la riconversione del petrolchimico in una bio raffineria. Un piano che rilancerebbe la zona industriale gelese, salvando i posti di lavoro, ma che ad oggi è bloccato a causa del mancato rilascio delle autorizzazioni ministeriali per la riconversione degli impianti. Il risultato è che oggi a Gela tremila famiglie rischiano di non riuscire più a sbarcare il lunario. “Non è un problema di una categoria di lavoratori ma di un intero territorio che si sente abbandonato dalla politica da troppo tempo e da troppi anni” dice il sindaco Messinese, che è stato espulso dal Movimento 5 Stelle anche per aver avallato l’accordo con l’Eni. L’azienda del cane a sei zampe, dal canto suo, ha confermato la volontà d’investire sul territorio, senza però dare il via libera alle bonifiche, che nella zona sono fondamentali. Cinquant’anni di petrolchimico, infatti, hanno inciso profondamente sul volto della città, dove oggi turismo, agricoltura e pesca sono praticamente inesistenti, mentre la probabilità di malformazioni genetiche è più alta di sei volte rispetto alla media nazionale. “La possibilità che le bonifiche non vengano fatte è un rischio che nessuno può correre e al quale ci ribelleremo”, dice Ignazio Giudice, segretario cittadino della Cgil. “La situazione – continua – è bloccata a partire dagli iter autorizzativi: la verità è che l’Eni ha interesse economico a non investire e la politica ad oggi ha lasciato le mani libere alla multinazionale. Gela deve rimanere fuori dal conflitto tra Rosario Crocetta e Matteo Renzi, sarebbe un suicidio politico di Stato”.

“Bisogna considerare che ci sono ad oggi più di un centinaio di lavoratori che non hanno più accesso agli ammortizzatori sociali: da mesi sono completamente tagliati fuori da ogni tipo di remunerazione”, racconta invece Angelo Sardella della Cisl Fim. “Senza considerare che moltissimi lavoratori dell’indotto – continua il sindacalista – ogni mese si vedono arrivare buste paga anche da ottanta o cento euro, perché vengono pagati praticamente a cottimo”. A sostenere la protesta degli operai c’è anche don Luigi Petralia, parroco antimafia della chiesa di Santa Lucia, la stessa frequentata dal governatore Crocetta. L’ex sindaco di Gela viene tirato in ballo direttamente dallo stesso sacerdote, che lo accusa di scarso impegno in favore dei suoi concittadini. “Il più autorevole cittadino di Gela, che oggi fa il presidente della Regione Siciliana, ha il privilegio di potere sedere al tavolo del consiglio dei ministri, quando si affrontano problemi relativi alla nostra terra. Ebbene dov’è il governatore? Dov’è Rosario? Perché non ha fatto di più?”, dice don Luigi, che domenica scorsa durante la messa aveva invitato i suoi fedeli ad appoggiare la protesta dei dipendenti del petrolchimico. “La situazione – continua il sacerdote – è stata gestita malissimo: un’intera città è sul lastrico. Come faranno gli operai a pagare mutui che avevano acceso? Come faranno ad arrivare a fine mese? Non dimentichiamo che Gela è una città complicata. È una città dove le organizzazioni criminali continuano ad esistere, ed è una città dove la mafia non aspetta altro che inserirsi in queste situazioni di difficoltà, per prosperare e ricattare”. Come dire che sulla vertenza del petrolchimico si allunga anche l’ombra nera di Cosa nostra, che a Gela negli anni ’90 ha fatto registrare numeri da guerra civile: 150 morti ammazzati in 4 anni, mentre l’ultimo cadavere risale soltanto al mese scorso.