La Commissione Ue, che ha il compito di vigilare sullo stato delle finanze pubbliche dei 28 Paesi membri, al momento dello scoppio della crisi finanziaria ha sottostimato gli squilibri di bilancio perché non aveva preso in considerazione “l’accumularsi di passività potenziali nel settore pubblico” né “prestato sufficiente attenzione al legame tra gli ingenti flussi finanziari con l’estero, lo stato di salute delle banche e, in ultima analisi, le finanze pubbliche“. Il j’accuse non arriva da una formazione politica critica nei confronti dell’Unione ma dalla Corte dei Conti europea, che ha messo nero su bianco le critiche all’esecutivo di Bruxelles in un rapporto sull’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà. Sotto la lente dei magistrati contabili ci sono gli interventi finanziari della Ue in Ungheria, Lettonia, Romania, Irlanda e Portogallo.

“È importante ricordare che prima della crisi esisteva già un quadro per il monitoraggio dei bilanci degli Stati membri”, ricorda il rapporto. “Spettava alla Commissione avvertire il Consiglio dei crescenti squilibri nelle finanze pubbliche”. Invece “la Commissione è stata colta impreparata dalle prime richieste di assistenza finanziaria”. Perché? Colpa di un errore di valutazione non da poco: “Stimava i bilanci pubblici nazionali essere più solidi di quanto non siano risultati in realtà”.

Nel caso dell’Irlanda, ad esempio, il rapporto rileva che “nel 2008 la Commissione scrisse che i rischi annessi alle proiezioni di bilancio erano largamente neutrali” per quell’anno. Ma alla fine del 2008 “l’equilibrio di bilancio era 7,2 punti percentuali più basso delle previsioni”. La corte spiega che “nei suoi calcoli 2005-2008 Bruxelles ha sistematicamente sovrastimato la forza delle finanze pubbliche” in seguito a “cambiamenti nelle stime di crescita del pil potenziale“. In pratica tutti e cinque i Paesi in esame attraversavano un momento di boom economico e la Commissione non si rese conto che l’aumento del pil “era generato dal boom del settore immobiliare“, che però non ha lo stesso effetto di aumento del potenziale di altri tipi di investimenti.