In questi tempi politicamente corretti, quando si scrive di argomenti sensibili, bisognerebbe chiedere ai direttori dei giornali un bonus: mille battute in più per la premessa che non può essere omessa, pena il linciaggio. La premessa è questa: ieri, in cento città (da Torino a Napoli, passando anche per Boston e Londra), si sono svolte affollatissime manifestazioni in favore della sacrosanta legge sulle unioni civili che giovedì approda in Senato.

Manifestazione per approvazione del ddl Cirinnà sulle unioni civili

 

Raduni partecipati, allegri, colorati: un bel segno del fatto che i cittadini hanno a cuore il riconoscimento dei diritti civili. Il Paese è più avanti, perché già tantissime sono le famiglie arcobaleno; la politica non può ignorarle, perché la politica fa il suo mestiere solo se dà risposte ai bisogni reali dei cittadini. Aggiungiamo: governa una maggioranza di centrosinistra, si suppone progressista. Se non riescono a far loro questa legge, senza scadenze elettorali significative alle porte, non si vede chi. Forse è troppo aspettarsi che un governo che ha messo alla Camera la fiducia sull’omicidio stradale possa farlo anche su un tema non più rinviabile come questo. Però sarebbe un atto di coraggio e di responsabilità politica, augurabile in un Paese che si dice civile, quando sono in gioco i diritti di adulti e bambini.

Esaurita la premessa (melius abundare: chi scrive è a favore del ddl Cirinnà), bisogna dire che questa settimana è successa anche un’altra cosuccia. Il Senato ha dato il via libera definitivo, in prima lettura, a un altro disegno di legge: la riforma che deforma la Costituzione. Ad aprile ci sarà la seconda lettura (in cui però non si possono apportare modifiche al testo). Poi verrà chiesto il referendum, come previsto dall’articolo 138 della Carta. Da questo iter (considerando la già approvata legge elettorale che entra in vigore a luglio) dipende il permanere in vita del sistema democratico così come lo conosciamo. Come ha twittato il premier, “l’impossibile diventa possibile”. Bene. Anzi male, malissimo. Anche se naturalmente confidiamo nell’esito fausto del referendum: dopo ci sarà poco da fare.

Chi vincerà, oltre a poter esultare la sera delle elezioni (principio che sembra diventato più importante della sovranità popolare e della rappresentatività) si prenderà tutto. E arrivederci contrappesi, garanzie, controlli. L’esecutivo avrà mano libera con una Camera disegnata dal premio di maggioranza e con un Senato-dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (nel pendolarismo ci guadagnano l’immunità parlamentare), ma con competenza sulla revisione della Costituzione.

Tutto ciò per arrivare a Ivan Scalfarotto, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Riforme costituzionali. In queste settimane, Scalfarotto (da sempre attivista per i diritti gay, quest’estate ha fatto anche un lungo sciopero della fame) è intervenuto su giornali, televisioni, social network e alla direzione del partito per parlare della legge sulle unioni civili (indubbiamente una battaglia per la quale è giusto che si spenda). Nell’ultimo mese i lanci Ansa con le sue dichiarazioni riguardano solo il ddl Cirinnà (a parte un intervento sul fondamentale scontro istituzionale Sarra-Mancini). E così sul suo sito. Ok, è l’ora della pugna. Però Scalfarotto è un sottosegretario che nel governo si occupa delle Riforme costituzionali: sappiamo che è favorevole al ddl Boschi appena approvato (sennò non sarebbe lì). Forse, nei ritagli di tempo, potrebbe parlare ai cittadini anche di quello, magari rispondendo alle numerose e puntuali obiezioni dei costituzionalisti. Chi governa, governa per tutti.

Da Il Fatto Quotidiano del 24/01/2016