Lei, Helga Weissova è stata una dei bambini di Terezin. Per tre anni visse rinchiusa nel ghetto con la sua famiglia, poi fu fatta salire a forza su un treno merci, direzione Auschwitz. Lui, Jan Karski, venne soprannominato dallo scrittore francese Yannick Haenel “il testimone inascoltato”: ai tempi della Seconda Guerra Mondiale si unì al gruppo di resistenza al nazismo denominato Armia Krajowa col compito di raccontare degli orrori di un’Europa soggiogata dalla svastica di Hitler, ma quando parlò, per molto tempo nessuno gli credette. A legare tra loro le storie di Weissova e Karski, quindi, non è solo l’Olocausto. E’ il loro ruolo di testimoni. Memorie trasformate in arte che verranno esposte al pubblico in occasione del Giorno della Memoria e del Ricordo 2016, protagoniste di due mostre intitolate rispettivamente Disegna ciò che vedi e Reporter dall’Inferno, organizzate da Provincia e Comune di Lucca, Lucca Comics e Istituto storico della Resistenza.

“Disegna ciò che vedi” disse il padre a Helga, nel 1941. Erano appena stati internati a Terezin, cioè il campo di concentramento di Theresienstadt, definito transitorio perché da lì si veniva smistati altrove: spesso ad Auschwitz, come accadde a Helga, che poi finì anche a Mauthausen. Lei gli aveva portato, di nascosto, il disegno di un pupazzo di neve. Helga, che all’epoca aveva 12 anni, obbedì e disegnò molto: sua madre che contava i capi di biancheria nel cassettone, mentre suo padre annotava le quantità, “perché prima di essere deportati – recita la didascalia al disegno – gli ebrei dovevano consegnare un inventario di tutti i loro averi”. Ancora, l’arrivo a Terezin: “A ogni persona era concesso un bagaglio di 50 chili. Una valigia poteva essere spedita, mentre il resto doveva essere portato a mano”. O il dormitorio nelle baracche: “All’inizio, dovevamo dormire sul pavimento e ogni persona aveva circa un metro quadrato e mezzo a disposizione. Più tardi furono costruiti dei letti a castello a 3 piani”.

E sono quei disegni – il pupazzo di neve, le immagini del campo di concentramento, la morte e i carri funebri – i protagonisti della mostra di Lucca, in programma fino al 6 febbraio. Disegna ciò che vedi presenta in esclusiva le immagini alle quali la piccola Helga ha dato vita nel ghetto di Terezin, dove rimase per ben tre anni. A differenza dei più noti disegni dei bambini di Terezin, però, quelli di Helga sono ritratti della tragica realtà quotidiana del ghetto e, grazie al suo straordinario talento, ne rappresentano ancora oggi un’insostituibile testimonianza documentaria”.

Sempre disegni, ma impressi sulla carta attraverso un linguaggio diverso, sono invece i fumetti di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, che raccontano la paradossale storia di Jan Karski, Giusto fra le Nazioni. Un Reporter dall’Inferno, come titola la mostra, che viaggiò in lungo e in largo i territori occupati dalla Germania nazista per raccogliere testimonianze da portare nel mondo esterno, ma che, per lungo tempo, finirono per essere ignorate.

Ed è proprio questo il paradosso: raccontare e informare gli Alleati di quanto stava accadendo nei territori occupati, era la missione di Karski, all’epoca Kozielewski. Fu incaricato dallo stesso primo ministro del governo in esilio della Polonia, Wladyslaw Sikorski: “Non le darò istruzioni né le farò raccomandazioni – gli disse il capo del governo – Dovrà soltanto riferire obiettivamente quello che ha visto, raccontare quello che ha vissuto in prima persona e ripetere ciò che in Polonia le è stato ordinato di dire su coloro che vivono là e negli altri paesi occupati d’Europa”. Eppure quando presentò il suo rapporto a politici, vescovi e giornalisti, parlando, tra le altre cose, della deportazione degli ebrei, del ghetto di Varsavia, del campo di concentramento di Belzec – missioni temerarie, che gli costarono la cattura da parte della Gestapo – nessuno gli credette. Solo molti anni più tardi le sue parole vennero rivalutate: nel 1982 fu riconosciuto Giusto tra le Nazioni, e nel 1985 venne intervistato dal regista Claude Lanzmann per il celebre documentario Shoah.