La tirannia del volto umano. Baudelaire e Thomas de Quincey la conoscevano bene. E anche io. Il filosofo Emmanuel Lévinas ha dedicato una vita al volto umano. E vogliamo tirare in ballo la storia dell’arte? L’arte si regge sul volto umano.
Mi capita di guardarmi allo specchio con fissità allucinata, non è una forma di stupido narcisismo, cerco di scavare nel mio volto, cerco di comprenderlo. Mi sfugge. A volte mi sembra di scorgere una sorta di uomo preistorico, come in una catapulta temporale mi ritrovo nell’era neolitica davanti allo specchio. Altre volte vedo un dandy del vuoto, un martire dell’attesa, un santo della vacuità.
Anche da bambino fissavo i volti umani, ero molto serio, ero un bambino che creava imbarazzo, tanto per capirci gli adulti non mi facevano “puffi puffi” al nasetto e non mi strizzavano le guancette. Li fissavo. Li fissavo con atroce intensità. L’atroce intensità della mia infanzia. Poi, per fortuna, crescendo sono diventato
sciocco, leggero e superficiale.
Un modo come un altro per non diventare matto. In questo film che vi propongo oggi sono andato alla ricerca del volto umano, e sono stato premiato. Non è un caso che l’unico volto umano che ho incontrato sia quello di un clochard, un’anima slacciata come le sue scarpe, un’inquietudine circolare, era l’unico essere umano a camminare intorno a se stesso, senza meta apparente, senza il guinzaglio di un appuntamento. Era l’unico essere umano a guardare il cielo, a scrutare lontananze senza nome.
Era l’unico essere umano, quindi l’unico volto. Il resto era folla. Una folla senza volto.