C’è una squadra di calcio che si allena a Bollate, nel Milanese. Non un team qualunque, però: si tratta della prima squadra in Europa, interamente composta da carcerati, iscritta regolarmente ad una federazione calcistica, nella Figc Terza categoria Lombardia. Il campetto d’allenamento è quello della casa circondariale e i calci al pallone vengono tirati da persone appartenenti a tutti e cinque i continenti e a 21 Paesi. C’è pure un cinese, “l’unico cinese tesserato Figc in Italia”, racconta a ilfattoquotidiano.it l’allenatore Carlo Feroldi, di Casalmaggiore, in provincia di Cremona – tanti anni di gavetta nel calcio dilettanti e poi esperienze in Ghana, Svizzera, Francia e Costa d’Avorio. Il “Casa di reclusione“, questo il nome della squadra bollatese, è autorizzato dal ministero a giocare anche in trasferta, naturalmente scortata: i giocatori si muovono sui classici mezzi della polizia penitenziaria allestiti di celle.

“Vivo per gran parte dell’anno tra i disperati in un carcere – afferma Feroldi – Come i detenuti non posso utilizzare il cellulare ed internet”. Il suo ufficio è così una cella senza pc né tv. “Molte volte salto il pasto perché non c’è tempo. Ci alleniamo dalle 13 alle 15.30, poi c’è la chiusura delle celle con la conta. Il tempo mi manca anche per per rispondere a chi mi critica per la vitaccia che faccio e mi chiede chi me lo fa fare”. Feroldi passa in carcere quasi 200 giorni l’anno, praticamente oltre un anno ogni due lo passa da ‘recluso‘.

Il prossimo appuntamento, extra-campionato, dei suoi ragazzi è sabato 23 gennaio, quando è in programma la sfida – uno special match – contro la nazionale farmacisti. Altra curiosità: l’anno scorso la formazione del carcere si è aggiudicata la Coppa Disciplina, ossia durante il campionato si è dimostrata la squadra con il miglior fair play.

Oltre al lavoro in carcere, Feroldi si occupa di consulenza motivazionale, tiene meeting, seminari, workshop nel settore delle risorse umane. Affianca inoltre i dirigenti di club professionistici, italiani ed esteri, in tema di scouting e marketing. E’ anche brand ambassador di una linea marchiata CR7 (Cristiano Ronaldo). “Non mi si può dire che non mi dia da fare. Credo quindi – parla sorridendo – di essere andato alla pari con tutte le volte che dalla tribuna, dirette verso la panchina, sentivo pronunciare frasi come ‘ma vai a lavorare‘”.

“Allenare significa anche insegnare la leggerezza – osserva Feroldi – e se non sei tu il primo a essere leggero è meglio che ti fermi”. Di qui la decisione di rientrare dall’Africa: “Troppe pressioni, troppi conflitti di interesse, troppi impicci. Oltre all’ambizione c’è anche una vita da vivere”. Quel lavoro, fatto in quel modo, non gli andava più. “Non è una vittoria a cambiarti la vita, è quello che hai dentro, quella scintilla che si accende quando sei agli inizi e diventa un incendio. Ma quando la fiamma si spegne allora è meglio dedicarti ad altre cose”. E Feroldi finisce a Bollate.

In questi giorni ha dato alle stampe 60 post di calcio e d’altre nuvole, tratto dagli scritti pubblicati sul suo blog. D’altre nuvole perché “non si vive solo di calcio e per il calcio”. Un blog, quello di Feroldi, che è una serie di “pagine di evasione”, le chiama lui, perché “non solo in un campo di calcio, ma anche nella vita bisogna avere la giusta carica, la giusta grinta, e non ci si deve abbattere per affrontare tutto e uscirne sempre e comunque vincenti”. Il famoso bicchiere per Feroldi è sempre pieno, anche “quando gli altri lo vedono mezzo vuoto o addirittura rotto”.

Twitter: @bacchettasimone