Ma come sta il movimento antimafia? Signore e signori, scoppia di salute. Il fatto è che chi sostiene che sia alla frutta, ormai lacerato da polemiche e scandali, sembra venire da un altro pianeta. O non avere un’idea della storia di questo Paese. È da più di trent’anni, da quando è nato un nuovo movimento antimafia dopo quello della lunga stagione contadina, che si leggono periodicamente i necrologi: spaccato il movimento antimafia, bufera sull’antimafia, i professionisti dell’antimafia, antimafia addio, ecc. ecc. Una goduria. Dalla stampa palermitana su su fino a quella milanese.

antimafia pp

Un fenomeno incomprensibile se si fosse in un Paese da secoli ostile alle organizzazioni mafiose. Ma in Italia, come si sa, la mafia ha goduto sempre di buoni uffici. Diversamente dal terrorismo, porta risorse: soldi e voti. Assicura carriere. E sa punire con memoria di elefante. Quaranta sindacalisti furono uccisi nel dopoguerra senza che fosse trovato un solo colpevole, e solo in due casi vi fu un processo. Danilo Dolci fu processato e condannato nonostante la difesa di Pertini e Calamandrei. Con il cardinale di Palermo che lo definì “disonore” della Sicilia. I giornalisti de L’Ora di Palermo accumularono centinaia di cause giudiziarie, quasi mai intentate da mafiosi. Lo stesso Sciascia scrisse Il giorno della civetta confessando, in un’ultima pagina da quasi nessuno ricordata, di non averla potuta scrivere con la libertà che è garantita in un paese democratico. Corrado Stajano subì un processo storico per avere scritto Africo. Quando fu ucciso Pippo Fava le prime indagini furono sui conti in banca suoi e dei suoi redattori.

E quando per la prima volta un giudice, Paolo Borsellino, ebbe la guida di una procura siciliana per meriti sul campo anziché per padronanza di brocardi o per anzianità scoppiò, purtroppo a firma Sciascia, la polemica contro i professionisti dell’antimafia. Siccome il coordinamento antimafia di Palermo, in quegli anni di sangue, rispose allo scrittore con un duro comunicato, stampa e politica all’unisono denunciarono il “potere totalitario” che l’aveva ispirato. Il potere totalitario era uno studente in Legge di 23 anni. E sorvolo sulla mattanza. O sui funzionari di Stato onesti diffamati e trasferiti. Fatto sta che la lotta alla mafia, quella vera, il cuore del sistema non l’ha mai digerita. In certe circostanze l’ha dovuta subire. La legge La Torre sull’associazione mafiosa e la confisca dei beni ebbe bisogno di due clamorosi omicidi in quattro mesi per passare. La legge di Libera sull’uso sociale dei beni confiscati passò in extremis agli inizi del ’96 in un paese ancora traumatizzato dalle stragi del ’92-’93, oggi non ripasserebbe.

Eppure, nonostante questo, il movimento antimafia è cresciuto ininterrottamente. Ogni volta dato per finito, nei fatti sempre più largo e organizzato. Gli altri ne sentenziano la fine, e lui va avanti perché la storia non si ferma. Eravamo una compagnia di giro a metà degli anni Ottanta, ora non si riesce a tenere il conto delle iniziative che avvengono dalla Val d’Aosta alla Sardegna. Migliaia (migliaia…) di scuole, comprese quelle a utenza più fragile o difficile. Da alcuni anni sono entrate in campo le università, prima assenti. Mentre le cooperative sorte sui beni confiscati fanno nuova economia e resistono agli incendi, due estati fa ne vennero appiccati in tutte e quattro le regioni del sud interessate. Il caso Saguto? Spiacevole, certo, ma lo Stato non è il movimento antimafia, opera il contrasto istituzionale, l’abicì per favore. E infatti ha avuto (e ha) i suoi eroi e i suoi felloni, se no non ci sarebbe la mafia.

Nessun problema allora? No, al netto delle calunnie sono accaduti episodi da vergogna. Ma questo proprio perché il movimento è più forte e legittimato, e dunque attrae opportunisti di ogni umanità. Perciò due anni fa scrissi su questo giornale un commento, “Il circo dell’antimafia”, che mi procurò molti veleni in risposta. Ma un conto sono i detriti che alla fine si lasciano lungo la strada, un conto è la strada che si fa. Oggi i nostri giovani la prolungano fino a Berlino, a Parigi, ad Amburgo, a Cracovia, a Lione, ad Aahrus, dove grazie a loro si chiede di conoscere, anche nelle università, anche negli istituti italiani di cultura, la storia e la cultura dell’antimafia.

L’antimafia, finalmente, come simbolo dell’Italia nel mondo. Come “popolo in movimento”. E ai livelli più alti? Laddove c’era un capo dello Stato che inveiva contro i giudici ragazzini ora c’è il fratello di una vittima di mafia, che non manca di ricordarci che contro la mafia bisogna impegnarsi insieme. Sarà dura, perché questa è una storia che non ha mai camminato sui tappeti rossi. Ma la strada percorsa dal movimento è tanta. E per fortuna che moriva tutti gli anni…

Il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2016