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Dietro il bisticcio verbale tra il primo ministro italiano e il presidente della Commissione europea si nasconde ben altro che “uno scambio di vedute virile”, come l’ha definito Juncker.

Dagli aiuti alla Turchia, alla gestione dei migranti alla prossima approvazione definitiva (o meno) europea della legge di Stabilità, la prova di forza di Renzi, più che diretta a Juncker in persona, sembra mirare a scardinare un sistema che vede sempre più spesso l’Italia sul banco degli imputati in Europa.

Si può essere d’accordo o meno sul tono delle parole scelte da Renzi nel difendere la posizione italiana – qualcuno lo ha tacciato di populismo – ma è indubbio che troppo spesso l’esecutivo europeo si è rivelato troppo inflessibile nei confronti dell’Italia – e di altri paesi del sud Europa – in nome di una dottrina del rigore e dell’austerità calata con prepotenza dall’alto, o meglio, dal Nord. Non è un caso che Nicola Danti, eurodeputato Pd e “uomo di Renzi a Bruxelles”, se la sia presa direttamente con il capo gabinetto di Jean-Claude Juncker, un tedesco sulla quarantina molto influente a Bruxelles, dentro e fuori la Commissione europea.

Il fatto è che all’interno delle istituzioni europee molte posizioni chiave sono occupate da funzionari ‘teutonici’, quindi molto più vicini alla filosofia del rigore che a quella della flessibilità. Nei fatti simili posizioni contano perfino di più di quelle politiche in quanto è in questi uffici che si prendono le decisioni più importanti e, ad esempio, vengono passate in rassegna le varie leggi di stabilità nazionali.

Va chiarito che queste posizioni sono state occupate legittimamente negli anni proprio con quei metodi che sono tanto mancati all’Italia: il lavoro serio e il fare sistema. Altri paesi, come la Germania, si occupano da sempre di Bruxelles come di una priorità, mandando al Parlamento europeo politici bravi e motivati, investendo e aiutando i propri funzionari a fare carriera all’interno delle istituzioni europee, e facendo rete tra i propri uomini a Bruxelles e quelli a Berlino. L’Italia, invece, ha per decenni mandato al Parlamento europeo vecchi arnesi inutili, trombati vari o giovani rampanti (ma non in Europa) che se ne sono scappati alla prima occasione. I tanti e bravi funzionari italiani che ce l’hanno fatta hanno potuto contare esclusivamente sulle proprie forze ma per le top position ‘il cielo non basta’. E per quanto riguarda il fare sistema, meglio lasciar perdere.

Avere eurodeputati di peso, italiani nei posti chiave delle istituzioni Ue e fare sistema servirebbe per infondere all’interno della ‘macchina europea’ una cultura politica ed economica meno improntata al rigore e maggiormente alla flessibilità. Insomma i classici ‘pugni sul tavolo’ non servono a niente se il ‘pugile’ ha dormito fino ad essere bruscamente risvegliato dalla campanella.

Il tentativo di Renzi di scardinare questo sistema può essere comprensibile ma si rivelerà inutile e pretenzioso se non sarà accompagnato da un ‘cambio di rotta’ – tanto per utilizzare un’espressione che piace tanto al primo ministro – sulla condotta generale da parte dell’Italia in Europa.

@AlessioPisano

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