Come ci si rapporta ad un disco che ancor prima che un banale filotto di canzoni rappresenta l’ultima uscita discografica di uno dei gruppi che più hai amato, con i quali sei cresciuto e alla cui musica hai legato e leghi i momenti migliori (e peggiori) della tua vita? Non lo so: la risposta è che, tuttora, due giorni dopo ‘io non lo so’. Quando dietro richiesta ho ricevuto non più tardi dell’altroieri – in anteprima rispetto alla release ufficiale (uscirà domani 22 gennaio) – questo Dystopia dei Megadeth ho tremato. Ancor prima di raccontarvi quello che penso voglio confidarvi che quest’opera l’ho in un primo momento temuta, poi ripudiata e, infine, amata. E parlarne per me è difficile come mettere nero su bianco parole sulla mia ragazza. Non sarebbe mai abbastanza, cercate di capirmi.

Dystopia è frutto dell’ennesimo cambio di line-up dei Megadeth, che vede l’ingresso stavolta di Kiko Loureiro alla chitarra solista (già membro degli Angra) e Chris Adler alla batteria (Lamb Of God) e segue il tentativo, naufragato, del ricongiungimento invece con gli storici ex Marty Friedman e Nick Menza: in questo – e con ciò entro nel vivo della questione – Dave Mustaine è riuscito nell’operazione oserei dire chirurgica di non buttare il bambino con l’acqua sporca. L’album sembra anzi averne tratto giovamento, e non parlo del mero apporto tecnico delle due new entry ma della capacità, sempre la sua, di contaminare ogni singola canzone di questo disco della rabbia e della frustrazione evidentemente accumulate negli ultimi mesi: le invettive contro il vecchio management, le critiche al sistema discografico, lo stress conseguente le aspettative (sempre enormi) dei fan sparsi in giro per il mondo e, non ultimo, il dolore per la triste scomparsa di sua suocera Sally Estabrook, da tempo malata di Alzheimer e ritrovata morta dalla polizia californiana dopo 2 mesi di ricerche.

Anticipato dal primo singolo Fatal Illusion, che mi aveva personalmente convinto ma senza lasciarmi a bocca aperta (lo stesso dicasi per le altre due ‘anteprime’ The Threat Is Real e l’omonima Dystopia), il disco si sviluppa presto in un turbinio di tecnicismi e riff che la metà sarebbe bastata per stampare sul mio viso il ghigno soddisfatto che ancora fatico a trattenere. Death From Within, subito dopo, apre di fronte all’ascoltatore un varco temporale che riporta a Countdown To Extinction che rappresenta, tuttora, il disco di maggior successo dei Megadeth: quegli anni (era il 1992) rappresentarono, mese più mese meno, se non la fine almeno il testacoda di un movimento musicale che si sarebbe da lì in poi guardato allo specchio per non ritrovarsi più uguale a prima; Bullet To The Brain è il battesimo di fuoco dei due chitarristi, che danno il via – lanciando il guanto – a una sfida che durerà per tutto il resto del disco, mentre il momento della ballad (alla maniera ovviamente dei Megadeth) è affidato alla successiva Poisonous Shadows: profumi quasi arabeggianti, tastiere, ed in coda addirittura un piano a rimorchio di un ritornello ipnotico messo lì a sottolineare (ce ne fosse bisogno) la capacità di scrittura, a tratti ‘pop’ ma nel senso migliore del termine, di un autore di livello quale sicuramente è Mustaine. L’estasi distopica e apocalittica messa in scena dall’ex cofondatore e membro dei Metallica si ferma, momentaneamente, di fronte allo strumentale Conquer Or Die, che lascia presto spazio al trittico infernale chiuso dalla cover – molto divertente – di Foreign Policy dei Fear.

Se non un calcio in faccia, quindi, Dystopia rappresenta una ginocchiata sui denti: e sfido chiunque a dire cosa sia meglio o peggio tra le due cose. Quello che è certo è che, con tutte le aspettative del caso e un curriculum così gravoso alle spalle, i Megadeth tagliano il traguardo della loro quindicesima uscita discografica con un album che non farà fatica a figurare tra i migliori del 2016: gli altri ce la mettano pure tutta per togliergli questo ‘diritto’. Intanto qui, sul pianeta Mustaine, sembra di essere tornati indietro ai bei tempi andati, e poco conta, se nel frattempo, ne è passata di acqua sotto i ponti: l’aria, l’odore, è ancora quello di casa.