Quando in diretta tv sir Robert Owen, presidente della commissione inglese che ha svolto accuratissime e costosissime indagini (6,8 milioni di sterline) sulla morte di Alexandr Litvinenko, ribadisce ciò che ha scritto nel rapporto a pagina 246 (parte 10, paragrafo 10.16): “The FSB operation to kill Mr Litvinenko was probably approved by Mr Patrushev and also by President Putin”, subito si scatena il putiferio. Immediatamente sui teleschermi di tutto il mondo scorrono stringate “breaking news” sempre più inquietanti, dapprima “Londra accusa Mosca”, poi, via via, il tiro si concentra su Putin, indicato come “probabile” mandante dell’omicidio, estrapolando la più esplosiva delle conclusioni dell’inchiesta di sir Robert Owen.

Immediate le repliche, in puro revival Guerra Fredda: il ministro degli Esteri russo avverte Londra, accusare le massime autorità russe “non farà che peggiorare i rapporti bilaterali tra i due Paesi”. D’un tratto, il ping pong si trasforma in aperto (e per ora, fortunatamente) verbale conflitto. Perché scende in campo lo stesso primo ministro inglese David Cameron. Minaccia provvedimenti ulteriori, sebbene resti nel vago, lasciando intendere: la storia non finisce qui, è appena cominciata. Il tutto, inquadrato in uno scenario internazionale già abbastanza deteriorato. E pericoloso.

Perché i tempi sono davvero bui. Altro che “ripresina”. Almeno, nella Mosca sanzionata, le cose vanno di peggio in peggio. Il rublo affonda, supera quota 90 (il cambio con un Euro), la crisi economica è sempre più aggressiva, il crollo del petrolio ormai a 27 dollari per barile costringe il governo a decurtare i bilanci, a tagliare dolorosamente il welfare (vittime Sanità e indicizzazioni delle pensioni); i salari sono pagati in ritardo, la Sberbank stima che il 70% della popolazione risparmia sugli acquisti di prima necessità. Gherman Gref, capo della Sverbank ed ex ministro dell’Economia, disegna un futuro piuttosto fosco: “Non siamo più tecnologicamente competitivi e l’era d’oro del petrolio è finita”. Gas e petrolio valgono il 60% delle entrate.

Putin ostenta sicurezza e tranquillità, lascia all’amico e premier Dmitri Medvedev l’ingrato compito di gestire l’emergenza (“Bisogna prepararsi al peggio”, ha detto lo stesso Medvedev), però è chiaro che un Paese in default minerebbe sensibilmente la popolarità di Putin, visto che il 2016 è anno di elezioni amministrative. Per questo ha ingaggiato con la Gran Bretagna un nuovo braccio di ferro, inserendolo nel suo ben collaudato cliché della “santa e patriottica” lotta russa contro i nemici che temono la sua potenza e la denigrano. Russia Today, l’emittente in lingua inglese assai vicina al Cremlino, ha dedicato ampi spazi alla vicenda Litvinenko, con corrispondenze oggettivamente equilibrate, in cui però si mettono in luce le “opacità” investigative e la “politicizzazione” dell’inchiesta. Che sono poi le recriminazioni ufficiali del Cremlino.

In Medio Oriente, Russia e Gran Bretagna sono alleati nel contrastare l’avanzata dell’Isis. Ma intanto, gli Stati Uniti hanno appena avviato un’indagine sui fondi russi destinati ai populisti europei. La National Intelligence, l’agenzie delle agenzie Usa (anche Cia ed Fbi) andrà a stanare gli ultimi dieci anni di finanziamenti più o meno clandestini pianificati dal Cremlino per seminare zizzania nel Vecchio Continente, puntando sui movimenti anti-Eu e anti Nato. In particolare, secondo il quotidiano londinese The Telegraph che ha potuto consultare un dossier dei servizi inglesi sull’attività dell’influenza russa, nel mirino ci sarebbero operazioni in Austria, Francia, Olanda, Repubblica Ceca ed Ungheria. Il Front National di Marine Le Pen nel 2014 ha ricevuto ben 9 milioni di euro come prestito di una banca russa. A beneficiare dei fondi putiniani sarebbero sia i partiti euroscettici che i movimenti nazionalisti o localistici. Salvini ha negato l’altro giorno ogni legame finanziario con Mosca. Tuttavia, il 16 dicembre Putin ha ricevuto al Cremlino i dirigenti dell’Associazione Lombardia-Russia come testimoniano le foto postate su Facebook. L’associazione è “vicina” alla Lega Nord.

Certo, l’apparenza è che la nuova crisi tra Londra e Mosca possa accentuare i problemi di Bruxelles e la fragilità energetica dell’Ue: la Russia fornisce il 30% delle necessità europee. Ma Mosca ha più che mai bisogno di incassare valuta e quindi non ha alcun interesse a bloccare il flusso del suo gas. O a minacciare di farlo. Può alzare la voce. Può ridare impulso alle operazioni in Ucraina. Può sollecitare l’intervento degli “amici” che ha in Europa, coinvolgendoli nei suoi lucrosi progetti, come il raddoppio del North Stream. Ed alzare la posta in Siria. Ma Obama ha si è offerto di inviare reparti speciali per aiutare i turchi a controllare le frontiere troppo facilmente infrante dai militanti dell’Isis. E verificare, per esempio, il flusso dei migranti di origine cecena – il gruppo più importante e feroce dei foreign fighter – segnalati sia da Ankara sia dalle intelligence europee. Se si vuole veramente combattere il terrorismo, bisogna che chi dice di farlo lo faccia per davvero, è il ragionamento della Casa Bianca.

Come si vede, c’è tanto dietro la copertina celeste del rapporto “The Litvinenko Inquiry”, titolo da romanzo, 328 avvincenti pagine che si leggono come un romanzo di John Le Carré. Dove l’avverbio “probabilmente” che sir Richard Owen ha scritto per attenuare l’impatto deflagrante della sua conclusione su Putin “probably” mandante dell’omicidio ha avuto l’effetto opposto. Basta scorrere l’agghiacciante elenco delle vittime che precede la morte di Litvinenko, come la povera Anna Politkovskaja, ammazzata nell’androne di casa il 7 ottobre 2006, proprio nel giorno del compleanno di Putin. Lei raccontava i retroscena della corruzione politica e militare, e la gestione della guerra in Cecenia. Litvinenko, che era stato ufficiale prima del Kgb e poi dell’Fsb, aveva cominciato a raccontare i “sinistri retroscena” dei servizi segreti. E del loro complotto per governare la Russia.