I pentiti lo indicano tra i presenti sul luogo dell’omicidio di Nino Agostino, il poliziotto assassinato il 5 agosto del 1989 insieme alla moglie Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini. Vincenzo Agostino, il padre dell’agente assassinato, lo ha riconosciuto nelle foto pubblicate sui giornali già nel dicembre del 2013, e oggi è più sicuro che mai: “E’ proprio lui, è l’uomo che tra l’8 e il 10 luglio del 1989 venne a cercare mio figlio a casa mia”. E adesso, dopo essere stato coinvolto nelle inchieste delle procure di Caltanissetta, Catania e Reggio Calabria, Giovanni Aiello, ex poliziotto della squadra mobile in congedo, è finito indagato anche dalla procura di Palermo per quel duplice omicidio: è accusato di essere l’uomo con il viso deturpato e i capelli biondi che si muoveva sullo sfondo degli omicidi eccellenti degli anni ’80 e ’90.

Faccia da mostro lo chiamavano, a causa di quella grossa cicatrice sul volto, e per anni è stato solo un personaggio senza nome, evocato da alcuni pentiti, che non ne avevano mai svelato l’identità. Alcune settimane prima dell’omicidio Agostino, quell’uomo con il viso sfigurato andò a cercare il poliziotto a casa del padre. “Disse di essere un collega di mio figlio, da quando ho visto la sua foto sui giornali non ho alcun dubbio: anche se sono passati 27 anni quella faccia non si può dimenticare”, dice Vincenzo Agostino. Il 18 febbraio il padre del poliziotto assassinato dovrà sostenere un confronto all’americana indicando tra una serie di soggetti l’uomo che venne a chiedere notizie di suo figlio nel luglio del 1989: tra questi ci sarà lo stesso Aiello, l’ex poliziotto accusato di essere il killer di Stato a servizio delle cosche. Ad accusarlo ci sono soprattutto i verbali di Vito e Giovanna Galatolo, i due rampolli dell’Acquasanta, eredi di una delle più importanti famiglie mafiose palermitana. I figli di Enzo Galatolo, fedelissimo di Totò Riina, sono entrambi collaboratori di giustizia e già tra il giugno e il dicembre del 2014 avevano riconosciuto in Aiello la vera identità di Faccia da mostro.

“Negli anni ’80 la base dei killer di Cosa nostra era a vicolo Pipitone, all’Acquasanta. Da lì partirono i commando che uccisero Rocco Chinnici, Ninni Cassarà e Natale Mondo”, ha raccontato Vito Galatolo, rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene durante l’incidente probatorio ordinato dal gip Maria Pino. “Mio padre – continua Galatolo che all’epoca era adolescente – riceveva persone importanti in vicolo Pipitone”. Tra questi l’ex superpoliziotto poi condannato per concorso esterno Bruno Contrada e l’ex capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, che secondo Galatolo “era a libro paga dei Madonia”. E poi, ovviamente, anche lo stesso Aiello. “Mio padre mi diceva, quando facevo il monello: faccio venire il mostro”. E ci sarebbe stato lo stesso Aiello sulla scena dell’omicidio consumato sul lungomare di Villagrazia di Carini per eliminare Agostino. “Gaetano Vegna – ha spiegato l’altro pentito Vito Lo Forte – mi disse che Agostino era stato ucciso da Nino Madonia e da Gaetano Scotto”.

Il primo avrebbe premuto il grilletto, il secondo invece guidava la motocicletta. “Lì c’era però anche Giovanni Aiello, li aiutò a farli scappare a bordo di un’altra auto, dopo aver distrutto la motocicletta”. E adesso che oltre a Madonia e Scotto, anche Aiello è indagato dalla procura di Palermo, i pm cercano di ricostruire il movente che avrebbe portato all’assassinio di Agostino. “Lui ed Emanuele Piazza cercavano latitanti”, ha detto sempre Galatolo. Piazza è un altro ex poliziotto, poi collaboratore dei servizi segreti, scomparso nel nulla il 16 marzo del 1990, sette mesi dopo l’omicidio Agostino.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti palermitani Agostino e Piazza erano entrambi sul lungomare dell’Addaura, quando, il 21 giugno del 1989, venne ritrovato un borsone con 58 candelotti di esplosivo, a pochi metri dalla villa presa in affitto da Giovanni Falcone. Una pista che adesso viene accreditata dallo stesso Galatolo. “Stefano Fontana mi disse che Angelo Galatolo aveva visto Agostino all’Addaura, il giorno del fallito attentato a Falcone, ma non so cosa stesse facendo”. Sarà per questo che il giorno del funerale di Agostino e della moglie, Falcone si lasciò sfuggire: “Io a quel ragazzo gli devo la vita”.