Brescia, reportage alla Moschea del Centro Culturale islamico

Di Angelica Kaufmann

Oggi l’Europa si trova di fronte alla più grande crisi sociale dalla Seconda Guerra Mondiale. Il prodotto di questa crisi ha assunto le sembianze di un globale e dinamico movimento rivoluzionario di controcultura. Questo movimento, che conosciamo come Isis, non è diverso dallo squadrismo fascista, dal bolscevismo, o dalla rivoluzione francese. Ogni rivoluzione è estrema e violenta.

A Isis ha aderito, nell’arco di un decennio, il più elevato e diversificato numero di combattenti volontari mai registrato: si contano migliaia di giovani provenienti da oltre 90 paesi del mondo. Lo scopo di Isis è reso esplicito nel manifesto pubblicato nel 2004, Idarat at Tawahoush, cioè il manuale sul Governo del caos. Tra gli assiomi del manifesto risalta il seguente enunciato: bisogna motivare gruppi radunati dalle masse a viaggiare nei territori che governiamo, in particolare dobbiamo rivolgerci ai giovani […] Poiché i giovani di ogni nazione sono più vicini alla natura originaria degli esseri umani e al suo intrinseco spirito di ribellione.

Malgrado i leader dei paesi membri dell’Ue, abbiamo condannato le azioni terroristiche rivendicate da Isis, e abbiano messo in atto diversi piani d’azione bellica, i governi continuano a sottovalutare, se non a ignorare completamente, un fatto cruciale: gli attori di tali azioni terroristiche sono in grande maggioranza cittadini delle proprie nazioni. La minaccia terroristica non è rappresentata da un nemico che abita oltre i propri confini ma spesso nasce, cresce e prolifera all’interno della propria casa, l’Europa.

Utilizziamo un caso paradigmatico: la Francia, più di qualsiasi altro paese dell’Occidente, ha contribuito con il più elevato numero di combattenti stranieri arruolati tra le fila di Isis. Oggi i musulmani francesi sono in maggioranza appartenenti a una sottoclasse sociale. Anche se la percentuale di musulmani oscilla tra il 7-8 % della popolazione, oltre il 70% dell’intera popolazione carceraria francese è musulmana. Questo contesto produce un numero considerevole di giovani francesi musulmani vulnerabili e suscettibili all’assorbimento di idee radicali, sia all’interno che all’esterno del sistema penitenziario.

In un panorama sociale del genere, Isis trova il suo terreno ideale. Il controllo del flusso migratorio non altera le cifre, poiché secondo una stima dell’Cpdsi, il 90% dei cittadini francesi che abbracciano credenze islamiche radicali sono francesi di terza generazione, e l’80% di questi proviene da famiglie non religiose. La cosiddetta rinascita religiosa dei giovani europei che vengono coinvolti dal movimento jihadista è indotta da coetanei della medesima estrazione sociale, non da familiari, non da estranei, o da altri membri delle comunità religiose locali. Anzi, nella maggior parte dei casi le famiglie dei giovani aspiranti guerriglieri non sono a conoscenza delle adesioni dei propri figli, e i centri religiosi tendono ad allontanare dalla comunità gli individui che manifestano atteggiamenti violenti.

I risultati di decenni di ricerche antropologiche, portano a ipotizzare che il comune denominatore motivazionale dei giovani aspiranti combattenti sia la mancanza di un senso di appartenenza alla nazione di residenza e alla nazione di originaria provenienza della famiglia. Le identità culturali e nazionali sono deboli. Quindi per molti giovani che hanno avuto difficoltà a trovare strade per una reale integrazione sociale, la causa di Isis è accattivante, la proposta egalitaria e guidata da un principio di pari opportunità e dunque per molti rappresenta una soluzione concreta per dare un senso alla propria vita e perseguire uno scopo glorioso. Etichettare Isis come una forma di estremismo violento, senza provare a capirne il significato, è un errore. Definire nichilista la linea di azione jihadista è pericoloso poiché riduttivo. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’antropologo Scott Atran, che ha condotto gran parte delle ricerche sul campo dal quale emergono i dati sopra presentati, ha sottolineato: a ispirare le idee e le “gesta” dei più convinti sostenitori delle azione terroristiche che stanno destabilizzando il mondo, non sono gli insegnamenti del Corano. Piuttosto si tratta di una causa che promette gloria e riconoscimento.

La soluzione, sostiene Atran è creare delle contro-narrative che non insistano sui motivi per i quali è sbagliato aderire a Isis, ma che si concentrino sui lati positivi derivanti da un rifiuto a tale adesione tramite la proposta di prospettive di vita concrete.

Il primo passo in direzione di una sconfitta di Isis consiste nella comprensione del fenomeno e, in seguito, nella controproposta di un’alternativa migliore. Come specifica Margaret Mead, della quale Atran fu allievo, per risolvere un conflitto bisogna imparare a empatizzare, senza necessariamente simpatizzare con un problema.