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In questi giorni ferve una polemica sulla nomina di Alessandro Pajno a presidente del Consiglio di Stato, cioè il massimo organo della giustizia amministrativa (che, come noto, è preposta a decidere sulla maggior parte degli atti impugnabili emessi dal Governo).

La questione è sorta perché il presidente del Consiglio Renzi ha provveduto direttamente alla nomina del suddetto presidente (come peraltro consente la legge) in violazione di una prassi – che vedeva la presidenza del consiglio dei Ministri chiedere un “parere” all’organo di autogoverno dei giudici amministrativi e successivamente avallare tale parere – in base alla quale veniva sempre nominato il presidente più anziano (inteso come anzianità di servizio).

In questo modo, si è detto, il governo si è scelto il suo giudice. Tutto sommato è vero. Ma la questione merita qualche precisazione. Devo anche premettere che il candidato scavalcato è il presidente Stefano Baccarini, ottima persona ed eccellente giurista, che gode della mia stima e della mia amicizia (cosa rara, nella giustizia amministrativa), e per il quale mi dispiace moltissimo: la giustizia amministrativa non avrebbe potuto avere presidente migliore, un presidente di cui si sente la mancanza da molti anni. Ormai si è dimesso e, quindi, la giustizia amministrativa ha perso una occasione unica.

Va però anche detto che la questione, a mio avviso, si è aperta da tempo, con il cosiddetto caso Giovagnoli. È una questione che mi ha interessato personalmente e che conosco bene. La riassumo in poche righe. Il dottor Roberto Giovagnoli ha vinto, senza avere nemmeno i titoli per partecipare, il concorso per consigliere di Stato (la cui commissione è presieduta per legge dal presidente del Consiglio di Stato). Il sottoscritto ha fatto ricorso e la causa è stata decisa in modo parzialmente favorevole dal Tar. A questo punto è stato fatto ricorso dal Consiglio di Stato (rappresentato dal suo presidente)…innanzi al consiglio di Stato, che ha dato ragione (sic!) al Consiglio di Stato (con un innovativo orientamento giurisprudenziale)!

Un conflitto di interessi che appare come una specie di scioglilingua. Soprattutto se si considera che – dopo che il sottoscritto aveva resistito a pressioni per rinunciare al ricorso (fatti portati all’attenzione della Procura) – l’organo di autogoverno dei giudici amministrativi (presieduto dal presidente del Consiglio di Stato) ha proposto il sottoscritto a numerosi procedimenti disciplinari, la cui eventuale sanzione avrebbe potuto essere impugnata in ultima istanza…innanzi al Consiglio di Stato! La questione è nota, in quanto oggetto di interrogazioni parlamentari e trasmissioni televisive (Report).

Dal canto suo il dottor Giovagnoli ha provato in tutte le sedi a evitare la diffusione della notizia, risultando sconfitto davanti al Garante per la privacy e al tribunale di Roma (ove ha provato ad impedire la diffusione dei suoi “titoli”) e di nuovo al tribunale di Roma, ove aveva citato Report in una causa milionaria per aver detto, tra l’altro, che non aveva i titoli per partecipare al concorso.

Il punto è questo: il dottor Giovagnoli è entrato (senza averne i titoli) quale più giovane consigliere di Stato, circostanza che gli assicura, tra una ventina di anni, per la citata prassi automatica, di divenire Presidente del Consiglio di Stato.
Allora la domanda è questa: ha sbagliato Renzi a rivendicare un potere (che la legge gli riconosce) o è stato il consiglio di Stato (che ben avrebbe potuto richiedere anche in autotutela la rimozione del Giovagnoli) ad iniziare questa spirale di conflitto di potere?