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Anche se la crisi finanziaria globale di oggi non è esattamente assimilabile a quella venutasi a creare nel 2007, ci sono tuttavia diverse similitudini, in termini di innesco globale, a quanto accadde nove anni fa. Allora la causa scatenante furono i mutui “spazzatura” americani, ma più in generale l’eccesso di credito concesso dalle banche negli Usa, a gonfiare la bolla che scoppiò, con ripercussioni globali nel 2008. Oggi è la corazzata economica cinese a imbarcare tanta acqua da non riuscire più a navigare così bene come gli riusciva fino al 2014 nell’invidia generale di tutte le altre nazioni, Stati Uniti inclusi.

Ormai se lo chiedono tutti i maggiori economisti del mondo, soprattutto vedendo i ripetuti crolli di borsa che si susseguono dall’inizio di quest’anno: si tratta di una semplice, anche se pesante, correzione dei mercati (diversi trilioni di valore persi in pochi giorni) o è proprio l’inizio di quella che potrebbe essere la prima grande recessione globale?

Si parla già da un po’ del rischio di un contagio globale. Anche noi su questo blog lo abbiamo fatto nei mesi scorsi negli articoli Crisi: potremmo essere nell’occhio dell’uragano, ma loro inneggiano alla ripresa e L’economia globale scivola sempre più rapidamente verso un nuovo punto di rottura, ma oggi siamo arrivati al punto in cui tutto converge a far temere proprio il peggio.

Sul Washington Post sono due giornalisti specializzati in materia a suonare il campanello d’allarme: Matt O’Brien “How China could trigger a global crisis” (Ecco come la Cina può innescare la crisi globale) e Robert J. Samuelson “Is the next recession on its way?” (La prossima recessione è in dirittura d’arrivo?).

Tra le cause principali della crisi cinese quella che potrebbe essere la ragione principale, dice O’Brien, è il suo modello di crescita, imperniato sulla trasformazione di una economia sostanzialmente agricola ad una economia tecnologica avanzata in uno sviluppo che in molti casi sembra più forzato (dalle decisioni governative centrali) che da una effettiva spinta dal basso di una imprenditoria autonomamente in crescita. Secondo O’Brien sarebbe calato il numero di soggetti disposto a questa transizione. (Tesi a mio avviso poco credibile e viziata forse da un eccesso di cultura capitalista del suo estensore). Più credibile è invece il punto in cui attribuisce ad uno sviluppo forzato delle infrastrutture l’insostenibile crescita (se è vero che sono state costruite fabbriche inutili, strade sempre deserte e aereoporti che pochi usano).

O’Brien è però più scettico sul contagio che l’economia americana potrebbe averne. A suo avviso l’attuale situazione dell’economia americana è in piena ripresa, con un tasso di disoccupazione, attorno al 5%, pressoché ottimale, e con un livello retributivo che finalmente riprende a crescere. Essendo il mercato del lavoro interno poco esposto all’andamento dei mercati esterni (solo il 13% secondo O’Brien), l’influenza di una crisi cinese sull’economia americana dovrebbe essere quasi insignificante.

La ventennale prodigiosa crescita dell’economia cinese ha però prodotto anche trasformazioni con cui la popolazione fa fatica a tenere il passo. La trasformazione da una economia fondata sul risparmio ad una fondata sui consumi non è agevole in una società ancora dominata dalle regole imposte dal potere centrale.

Nella sua corsa a conquistare il posto di prima potenza economica mondiale la Cina si è però a sua volta fatta contagiare dalle “sirene” della finanza mondiale. E’ lo stesso O’Brien a citare Larry Summer che, nei suoi studi di macroeconomia, assegna il 20% della crescita cinese nell’ultimo anno a operazioni puramente finanziarie. Il che la espone ovviamente, come tutti quelli che esagerano nella finanza “creativa”, al rischio di dover fare i conti con le “bolle” che inevitabilemente queste operazioni producono.

Samuelson vede invece nella forte crescita dell’indebitamento cinese (pubblico e privato), quasi triplicato nell’ultimo decennio, la causa principale dell’attuale debolezza. Gli investitori esteri, quando sentono che le sirene della crisi cominciano a suonare, se ne vanno in tutta fretta.

Anche Krugman, nel suo recente articolo sul New York Times “When China Stumbles” (Quando la Cina inciampa) avverte che il modello economico cinese (elevato risparmio e scarso consumismo) può essere arrivato ad un punto di rottura, perché esso è sostenibile solo finché la crescita è rapidissima.

Per Krugman le cause della crisi cinese (riprese anche da O’Brien nel suo articolo) si ripercuoteranno inevitabilmente su tutta l’economia globale, ma dato che l’import cinese di prodotti e servizi dal resto del mondo è modesto (circa due trilioni di dollari su 60 trilioni) anche gli effetti di una forte riduzione di tale import potrebbero essere limitati. Anche dal punto di vista finanziario, visto che in Cina esso è sostanzialmente controllato in toto dal potere centrale, la crisi potrebbe essere più agevolamente controllata.

Il tutto per dire che, anche qualora la crisi cinese fosse seria, la ripercussione sull’economia americana dovrebbe essere molto limitata (Krugman però’ ammette che la sua analisi potrebbe essere troppo ottimistica dato che il rischio di un contagio “psicologico” potrebbe rivelarsi più forte dei suoi calcoli).

Il fatto grave sarebbe che se davvero la crisi cinese arrivasse a contagiare, anche solo psicologicamente, le economie americana ed europea, arriverebbe a farlo proprio nel momento peggiore, perché entrambe le economie, e soprattutto quella europea, benché in fase di ricovero dalla crisi, sono ancora in situazione di estrema debolezza e con le “armi” di politica monetaria completamente spuntate poiché entrambe le economie sono gravate da un indebitamento elevato e le banche centrali sono pressoché impossibilitate a fare pressione su tassi già ai minimi storici (attorno allo zero %).

Krugman fa gli scongiuri perché… non esiste un piano “B”! Se questa crisi dovesse davvero scoppiare e riportarci in recessione, dovremmo affrontarla tutti completamente disarmati, senza cioè possibilità di parare almeno in parte il colpo grazie alle convenzionali manovre di politica monetaria. (E, aggiungo io, con un mondo globalizzato e ormai senza confini per l’economia, la poca ricchezza rimasta al netto dei debiti, chissà dove andrebbe a finire).