Non finisce di stupire la vicenda di Jérome Kerviel, il trader francese che nel 2008 è stato protagonista di uno dei più importanti scandali finanziari globali, quello che ha visto Société Générale incassare una perdita di 4,9 miliardi di euro per le sue operazioni sui derivati. Nuove rivelazioni di un magistrato, che in passato ha seguito il caso, confermano l’ipotesi che Kerviel non fosse una “scheggia impazzita” ma che i vertici della banca fossero a conoscenza delle sue operazioni in borsa, fino a quel momento redditizie. E fanno anche riferimento a possibili pressioni della banca francese sulla magistratura. Tutto questo mentre la giustizia transalpina deve decidere se rifare di sana pianta il processo che ha portato alla condanna dell’ex trader.

La condanna in primo grado e il ricorso rigettato – Lo scandalo scoppia il 24 gennaio 2008: Société Générale afferma di essere stata vittima di una frode da parte del giovane trader, che oggi ha 39 anni. Da subito l’uomo si difende spiegando che il gruppo sapeva dei rischi ma lasciava correre, perché ci guadagnava. In primo grado Kerviel è stato condannato a cinque anni di detenzione, di cui tre senza la condizionale, pena confermata dalla Cassazione. Il 5 marzo 2014, dopo aver incontrato il papa Francesco, è partito per un “pellegrinaggio” da Roma a Parigi. A maggio si è consegnato alla polizia. Rimasto in carcere fino all’8 settembre 2014, ha fatto causa, accusando la giustizia di aver portato avanti l’inchiesta favorendo SocGen. Il ricorso è stato rigettato. Kerviel, però, non si è arreso.

Il magistrato: “Non mettiamo in difficoltà SocGen” – Nathalie Le Roy, comandante di polizia, che già aveva avuto un ruolo importante nelle indagini, ha più volte ammesso di essere stata strumentalizzata. In un documentario diffuso il 14 gennaio sulla tv France 2 ha detto che “noi inquirenti siamo stati portati dalla banca nella direzione in cui loro volevano che andassimo”. Ma la Le Roy è andata oltre: ha registrato una conversazione privata con l’ex viceprocuratore Chantal de Leiris, magistrato che ha seguito la stessa indagine. “Quando uno ne parla – afferma la de Leiris -, se l’interlocutore ne capisce un po’ di finanza, ride, perché sa bene che la Société Générale sapeva, è evidente”. “Ho obbedito, ma gli altri magistrati sapevano che io non ero d’accordo”. La de Leiris tira in ballo Michel Maes, che ai tempi era responsabile della sezione finanziaria della Procura parigina, dicendo che “lui mi diceva continuamente: cosa fai, non vorrai mettere in difficoltà SocGen. Tanto quello è già stato condannato. Non ritorniamoci sopra”. Così i ricorsi di Kerviel venivano regolarmente cassati. Per la de Leiris, “Maes è come se parlassero gli avvocati della banca”. Le registrazioni sono state diffuse domenica sera dal sito Mediapart. Le Roy, la poliziotta, ha spiegato di aver fatto ricorso a questi metodi “perché sono stata abbandonata dai miei superiori, da quando ho deciso di testimoniare”.

La commissione per la revisione deve decidere se aprire nuovo procedimento – Non è un caso che le nuove rivelazioni emergano proprio ora. Una commissione ad hoc della Corte che si occupa della revisione dei processi in Francia ha fissato per lunedì una prima udienza per decidere se fare tabula rasa di quello sul caso Kerviel dando inizio a nuove inchieste e a un nuovo procedimento. Non solo: fra il 20 e il 22 gennaio la Corte d’appello di Versailles deve pronunciarsi sul comparto civile della condanna già emessa. Sì, perché la Cassazione il 19 marzo 2014 aveva confermato la condanna penale ma aveva rigettato quella sul versante civile, che prevedeva da parte di Kerviel il rimborso di 4,9 miliardi come risarcimenti più interessi. La Cassazione aveva precisato che “esistono precise responsabilità di SocGen sui controlli che ha effettuato su Kerviel”. Questo potrebbe essere un motivo ulteriore per spingere la giustizia a rifare il processo. Non si tratta di dettagli: la banca ha ricevuto fra il 2009 e il 2010 2,197 miliardi di euro come sconto fiscale previsto per le imprese in deficit e vittime di frodi. Se fosse provato che quella frode non è stata tale, ma dovuta a una strategia di investimenti aggressiva e consapevole, il gruppo dovrebbe restituire la cifra, fatta di soldi dei contribuenti.