Emma Bonino, ministro degli Esteri del governo Letta. Alla luce dell’atteggiamento ambiguo tenuto dalla Turchia nei confronti dello Stato Islamico, condotta che molti analisti considerano causa dell’attentato di Istanbul, è giusto continuare a tenere le relazioni con Ankara sullo stesso binario? Ci si può ancora fidare?

“Il problema è non se ci si fida o non ci si fida. Se guardiamo a cosa è accaduto dal 2005 in poi nei rapporti tra l’Europa e la Turchia, potremmo non fidarci dell’Europa. Nel 2005 all’unanimità i capi di Stato e di governo decisero all’unanimità in favore dell’adesione di Ankara all’Ue e sei mesi dopo e due capi di governo pubblicamente dissero che non era il caso”.

Però dallo scoppio delle prime rivolte in Siria nel 2011 la Turchia ha prima facilitato la vita dei gruppi jihadisti nell’intento di indebolire e far cadere Assad e poi ha aderito alla coalizione internazionale che dovrebbe contrastare l’Isis. E quest’ultima, ora, ha reagito.

“Non bisogna rincorrere la cronaca: mai come ora i negoziati con la Turchia devono essere rafforzati. Ci darebbero anche più leva per essere ancor più presenti in quel Paese in materia di diritti umani. Anche perché Erdogan passa come passano tutti i leader politici, ma la Turchia resta”.

Erdogan passerà, ma dopo aver avviato un processo di islamizzazione che potrebbe aver favorito l’attecchimento di ideologie ispirate alla jihad: pochi giorni prima dell’attentato di Istanbul, le autorità avevano diffuso la notizia del respingimento di 35mila possibili jihadisti. Per stessa ammissione di Ankara, nel Paese ci sono 3mila persone collegate allo Stato Islamico.

“Inutile fermarsi ai dati di cronaca, fatti di questo genere continueranno ad accadere. Il problema è capire se abbiamo una politica”.

Questi fatti accadono anche perché la politica di Erdogan in Medio Oriente ha complicato il quadro in Siria. Ankara ha prima tentato di usare lo Stato Islamico, poi ha annunciato di volerlo combattere.  

“Guardi, anche qui: se vogliamo parlare di ambiguità dei 65 Paesi che hanno aderito alla coalizione internazionale nata un anno e mezzo fa, la lista è lunghissima. Per non parlare degli Stati che hanno messo in piedi la coalizione sunnita. Perché nella coalizione a guida Usa ogni membro ha i suoi obiettivi e non esiste un obiettivo comune. Avendo ognuno di questi Paesi favorito la nascita o facilitato la vita di uno dei diversi gruppi che si combattono in Siria, ognuno persegue un fine diverso. Per questo l’attentato di Istanbul non ci racconta molto di nuovo, ma conferma una situazione di grande confusione e di contraddizione all’interno della famosa coalizione”.

Una confusione che non accenna a diradarsi nemmeno sul caso della Libia, che ci riguarda molto da vicino. Si parla con sempre maggiore insistenza di una missione militare europea che vedrebbe l’Italia al comando o comunque in un ruolo da protagonista. Alcuni giornali parlano addirittura di una missione tutta italiana da intraprendere senza la richiesta di intervento del nuovo governo libico in via di formazione.

“Io sono rimasta all’accordo che Kobler (Martin, inviato speciale dell’Onu, ndr) spero riuscirà ad allargare a tutte le fazioni per creare un governo che, attraverso l’Onu, possa chiedere un intervento internazionale. Ma senza una risoluzione delle Nazioni Unite non si deve fare proprio nulla. Non saremo certamente noi né l’Occidente a riconquistare o colonizzare la Libia. L’Italia potrà essere di sostegno a un accordo tra libici, ma nulla di più”.

Il problema è che la velocità cui si muove la diplomazia è infinitamente minore rispetto a quella con cui si evolve la situazione nel Paese. Una situazione che, se non è già al caos, è molto vicina a esserlo. La strada della diplomazia rimane la migliore?

“Non vedo alternativa, a meno che non decidiamo di fare la guerra contro tutti. E peraltro solo dall’alto, con i raid aerei: non conosco capo di Stato o di governo intenzionato a mandare truppe stabili in Libia, Siria o Nigeria. Quella della diplomazia è una strada limitata, ma non ne vedo altre a meno che non ricominciamo con gli errori del 2003 in Iraq e del 2011 nella stessa Libia. Di errori ne abbiamo commessi anche troppi”.

Ritiene possibile o auspicabile un intervento italiano?

“Possiamo pensare a un intervento anche robusto di sostegno ad un accordo raggiunto tra le fazioni libiche, una volta installato il governo di unità nazionale. Non possiamo pensare che al di là di qualunque risoluzione o richiesta di un governo legittimo si possa invadere la Libia e occuparla per non so quanti anni. Un altro tipo di intervento, ammesso che sapessimo cosa dobbiamo fare, cosa che non sapevamo in altri scenari, non credo che funzionerebbe”.

Se tornasse a essere ministro degli Esteri, cosa suggerirebbe a Renzi?

“Saranno solo i libici a mettere gli stivali sul terreno e a difendere il loro Paese. Non saremo certamente noi e non vedo nessun altro disposto a occupare la Libia. L’Italia dovrebbe cercare di aiutare Kobler a estendere il più possibile la base consensuale dell’accordo. Non c’è spazio per avventurismi di altro tipo”.