Il tandem Pietro Salini-Matteo Renzi è ormai rodato. Sia in patria, dove tiene banco il rilancio del Ponte sullo Stretto, che all’estero. Oltreconfine, infatti, la “mediazione” diplomatica del premier è diventata un vero e proprio asso nella manica per il gruppo di costruzioni romano. Lo testimonia il fatto che Salini-Impregilo sia riuscito a vendere la controllata Todini alla società kazaka Prime System Kz Ltd, controllata dal gigante degli appalti Zhol Zhondeushi.

L’operazione da 50 milioni è un vero successo per il gruppo romano, che manterrà le attività italiane e alcuni asset minori. Ed è anche un risultato che difficilmente sarebbe stato possibile solo un paio di anni quando i rapporti fra l’Italia e il Kazakistan erano assai tesi: il presidente Nursultan Nazarbayev non aveva infatti gradito la decisione del nostro Paese di concedere, nel 2014, l’asilo politico alla moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov, Alma Shalabayeva, espulsa dall’Italia e consegnata alle autorità kazake in un pasticcio diplomatico datato maggio 2013. Così a giugno del 2014 Renzi era approdato in Kazakistan per ricucire i rapporti diplomatici fra due Paesi: la posta in gioco, del resto, era alta. Lo scambio commerciale fra i due stati si aggira attorno ai 4,6 miliardi. Per non parlare degli interessi estrattivi dell’Eni nel Mar Caspio.

L’operazione diplomatica renziana è evidentemente andata a buon fine con sommo beneficio di Salini, che ha potuto finalmente a piazzare la Todini costruzioni alla società kazaka vicina al presidente Nazarbayev. Non si tratta di un affare da poco visto che già da marzo 2014 Salini-Impregilo era alla ricerca di un acquirente per la controllata, ereditata dalla fusione con la società dell’attuale presidente delle Poste Italiane ed ex europarlamentare Pdl Luisa Todini. La stessa che, assieme a Salini, si ritrova nelle intercettazioni della portavoce del governatore Roberto Maroni, Isabella Votino, a perorare la causa della penale miliardaria in favore di Salini-Impregilo in caso di dietrofront sul progetto del Ponte sullo Stretto.

Certo, a questo punto della storia le penali non rappresentano che uno spauracchio del passato: fra Salini e Renzi è ormai tornata l’armonia dopo il viaggio a Riad del novembre dello scorso anno. Fu proprio in seguito al tour in Arabia Saudita che il costruttore romano e il premier fecero il punto della situazione in Italia. E non solo. Anche in questo caso, il viaggio fu fruttuoso per il gruppo romano: solo un mese dopo dalla visita diplomatica, Salini-Impregilo si aggiudicò l’appalto per una tratta della linea 3 metro di Riyadh. Si tratta della parte più rilevante (3,7 miliardi) di un affare che vale 23,5 miliardi di dollari. Non sarà un ponte da dieci miliardi, ma di certo alleggerisce i conti di una società con una posizione finanziaria netta negativa per circa 428 milioni, un indebitamento lordo al 30 settembre da 1,7 miliardi su 3,3 miliardi di ricavi. E soprattutto riduce il peso dell’Italia che ora, Ponte escluso, rappresenta ancora un terzo del portafoglio ordini di un gruppo che, grazie ai fondi della cooperazione internazionale e al sostegno della Cdp, continua a fare affari d’oro anche in Africa.