Prima europea del film 'Creed'

Quando compare, salendo dalle cantine del suo mitico ristorante Adrian’s, fa quasi tenerezza. Più che un uomo tutto d’un pezzo, è un ciocco. Ma non da ardere, perché sullo schermo ruba ancora la scena. La tenerezza, dicevamo. Le mani sono gonfie, enormi: la loro forza residua è quella di gravità. Pesano, si rifugiano in improponibili guanti da pastore, si muovono sempre meno: sono d’impaccio. Per tacere del collo, che cita involontario Il cinque maggio manzoniano: “Ei fu. Siccome immobile”. Il collo sta fermo, a muoversi – faticosamente – è il corpo: è l’eliocentrismo di Sylvester Stallone.

Il 6 luglio compierà 70 anni, eppure, il ritiro è lontano: nell’action hollywoodiano, l’inteso ricambio generazionale non c’è stato. Sono ancora loro, Schwarzy (Arnold Schwarzenegger), Jason Statham, Jet Li, Dolph Lundgren e gli altri pendagli da forca che Stallone ha riunito a più riprese – il quarto capitolo è in cantiere nel 2017 – per The Expendables. Appunto, I mercenari: li pagano profumatamente, ma tra un cazzotto al ralenti e il mondo da salvare con treppiede e catetere sanno ancora venderci sogni a buon mercato. Il primus inter pares è proprio lui, Sly, capace di due saghe che fanno a pugni e botti con la storia del cinema: Rocky e Rambo. Quest’ultima ha avuto il quarto e (?) finale capitolo nel 2008, l’altra dopo il Rocky Balboa del 2006 ha ora uno spin-off di gusto e sostanza: Creed. Budget di 35 milioni di dollari, ne ha già incassati 120 (105 solo negli States) in tutto il mondo, e non finisce qui: non è più in ballo la cintura dei pesi massimi per Sly, bensì la statuetta più agognata, quella che ha solo sfiorato – nomination agli Oscar per sceneggiatura e attore protagonista – con il primo Rocky del 1976.

Le stesse candidature 40 anni fa le ebbe anche ai Golden Globes, ma i parallelismi oggi potrebbero essere più lusinghieri: il Globo d’Oro, assegnato dalla stampa estera accreditata a Hollywood, l’ha vinto pochi giorni fa da non protagonista per questo Balboa crepuscolare e senile, e il bis agli 88esimi Academy Awards è dato per probabile. Oggi, per iniziare, arriverà la nomination. Lunga vita, insomma, con un semplice adagio – è proprio il caso di dirlo – esistenziale: “Un passo alla volta. Un pugno alla volta. Una ripresa alla volta”. S’intende, con altre mani, per interposto pugile: Adonis Johnson, ovvero Adonis Creed, figlio di quell’Apollo morto prima che lui nascesse.

Lo uccise sul ring Ivan “Ti spiezzo in due” Drago (Dolph Lundgren…), Balboa era all’angolo e non fece abbastanza per impedirlo. Eppure, Adonis non serba rancore, anzi: arriva a Philadelphia da Los Angeles proprio per farsi allenare da Rocky. Dopo tutti i cincischiamenti e i tentennamenti del caso, lo “zio” Balboa accetta, ma mette le plumbee mani avanti: “Devi lavorare duro. Giuro su Dio, se non lo fai, me ne vado”. Figlio illegittimo, cresciuto a pane, strada e riformatorio, Adonis gonfia il petto: “Ogni colpo che ho tirato è stato mio. Nessuno mi ha detto come fare. Sono pronto”.

L’autodidatta e il maestro, con la morale a far quadrato: “Sarai colpito, andrai a terra, ti rialzerai – vaticina Rocky – e capirai se hai fatto la cosa giusta”. La tenerezza, dicevamo. Creed è una carezza in un pugno: le combinazioni sul ring non dimenticano l’amore (la dj e vocalist Bianca, ovvero Tessa Thompson), la lotta per il titolo affianca quella contro la malattia, la mascella squadrata – e i muscoli ipertrofici – del giudizioso e solerte Michael B. Jordan si abbina a un mento sfuggente e rincagnato. Creed sarà pure nato per combattere, ma la madre di tutte le battaglie spetta sempre a Rocky: riuscirà il nostro eroe, un passo alla volta, a risalire l’iconica scalinata dell’Art Museum di Philly? Domanda buona, e non per soli nostalgici: Creed non ruba nulla, piuttosto restituisce una volta ancora all’immaginario collettivo il pugile italoamericano.

Lo fa onestamente quel Ryan Coogler che abbiamo scoperto a apprezzato con Fruitvale Station, di cui ritrova Michael B. Jordan, il più accreditato a rimpiazzare Denzel Washington. Al contrario, per Sylvester Stallone nessun erede all’orizzonte: succede, quando sei nato per combattere, pardon, recitare. Suonali ancora, Sly!

@fpontiggia1