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Mentre con pessimo gusto, ma con grande attenzione al marketing, il termine marò è diventato un marchio giapponese di prodotti per il corpo, il permesso per malattia di Massimiliano Latorre, accusato con Salvatore Girone dell’omicidio di due pescatori indiani scambiati per pirati nel mare del Kerala, in scadenza il 15 gennaio, è stato prolungato fino al 30 aprile. Resta il problema di Salvatore Girone, ostaggio in India, presso la nostra ambasciata a Delhi.

Ora la palla è in campo italiano e la stampa indiana che fino a ora non aveva mostrato molto interesse, si riaccende anche in base alle recenti sparate di qualche nostro esponente politico. La vicenda è stata quasi tenuta di scorta dal primo ministro indiano Modi, in difficoltà dopo le ultime tornate elettorali regionali, per accarezzare il nazionalismo, in attesa delle mosse italiane e degli sviluppi politici indiani. Sembra quindi procedere una specie di trattativa a base di sette fregate (nel senso delle navi, da parte di Fincantieri) e di intermediazioni dell’Italia a livello europeo su alcuni contenziosi aperti, come segnala il quotidiano indiano Telegraph.

Se in questa confusione a quasi quattro anni dal quel 15 febbraio, pochissimo si sa di quanto accadde, anche se stralci dell’inchiesta dell’Ammiraglio Piroli sono stati rivelati, non è facile dire quello che accadrà. A questa tragica vicenda, si sono sommate una serie di azioni a dir poco dilettantesche, a partire dal rientro dell’Enrica Lexie in porto, al tentativo di coinvolgere Sonia Gandhi, ai continui cambi di responsabili da parte italiana, il tutto in una latitanza pressoché totale dei tre presidenti del Consiglio che si sono avvicendati in questo tempo (Monti, Letta e Renzi).

Una rilettura dell’Arte della guerra di Lao Tzu potrebbe esserci utile. Quando mi reco in India, per i progetti di Vivere con Lentezza nelle bidonville, in autostrada tra Nuova Delhi e Jaipur ci possono volere dalle 4 alle 7 ore, il tempo è una variabile diversa in quel subcontinente e quattro anni potrebbero essere tanti o pochi, visto a che a dettare le regole non siamo noi.