Quarto, Flash mob del Movimento 5 Stelle

Con lo slogan via “prima di subito” partorito dal lessico pirotecnico dell’europarlamentare Pina Picierno, in pole position al consiglio comunale di Quarto a gridare “onestà onestà”, il Pd che solo il giorno prima aveva incassato le prime condanne per Mafia Capitale chiedeva a gran voce  le dimissioni del sindaco pentastellato e il commissariamento per camorra.

Poi come Grillo e il direttorio chiedono ufficialmente di rassegnare le dimissioni a Rosa Capuozzo, non indagata e parte offesa del ricatto che però non ha denunciato assumendo secondo i magistrati “una posizione non lineare” è Matteo Renzi che bolla come grave ingiustizia “pretendere che si dimetta” e mette in guardia contro chi “butta la croce sul primo cittadino”.

L’intervento del premier che parte dalla nobile premessa di evitare “strumentalizzazioni” su una questione tanto seria come la lotta alla Camorra e sul “garantismo”, di cui il Pd ha dato così generosa prova in Campania e di recente a Marsala, è mirato a dimostrare come l’idea di un M5s detentore del monopolio della morale ora non esista più nemmeno per gli elettori.

Il presidente del Consiglio ha colto al balzo l’esito per lui oltremodo confortante dei sondaggi post Quarto che oscillano dopo mesi tra un – 0,8%  e un -0,5% per il M5s e  cavalca la formidabile opportunità senza vergogna in modo non troppo dissimile dall’impresentabile De Luca che ha invocato l’intervento della Commissione Antimafia o del focoso Carbone che ha denunciato “la presenza pervasiva” dei grillini in tv (cioè a La7) e “senza contraddittorio”, cioè senza un renziano.

E dietro “l’assoluzione” renziana della Capuozzo, convocata nuovamente in procura da Woodcock ed espulsa dal M5S per “gravi violazioni” dopo la decisione di rimanere al suo posto, c’è la messa in stato d’accusa del “direttorio” e del sospetto silenzio di quelli che Repubblica definisce “i padroni del movimento”, in primis di Luigi Di Maio, il primo vero obiettivo da abbattere come rivendica perentoriamente il presidente del Pd Matteo Orfini.

Ovviamente il Pd, dall’alto dei suoi indagati, imputati e/o condannati e delle responsabilità acclarate almeno in primo grado per Mafia Capitale, non può addentrarsi nella questione vera inerente i criteri della selezione dei candidati e si limita a sguazzare, con la coerenza che tutti possono valutare, sul “caso Quarto”, che per la situazione limite di comune in mano alla camorra e sciolto per ben due volte avrebbe richiesto un’attenzione e una vigilanza straordinaria.

Il fatto che l’inquisito e incensurato De Robbio sia stato il candidato più votato conferma banalmente che la fedina penale e la rete da sole non possono garantire quello che con dileggio viene definito da Repubblica e affini “il mito della purezza” ma che è semplicemente il rigore morale: un principio su cui il M5s si è impegnato con onestà più di qualsiasi altro partito, ma evidentemente non abbastanza in una situazione altamente contaminata.

Marco Da Milano8 e mezzo ha incalzato a ragione Di Battista sul requisito della “riconoscibilità” come antidoto al pericolo di un De Robbio romano, rivolgendogli un invito abbastanza esplicito a candidarsi.

Personalmente e banalmente, avendo a mente anche il fenomeno degenerativo che ha finito per travolgere il movimento-partito di Di Pietro con sue gravi responsabilità, credo che la storia delle persone e la verifica tra enunciazioni e comportamenti, tra adesione formale a valori dichiarati e pratica concreta degli stessi possano fornire una discreta bussola. Si tratta ovviamente di un tipo di controllo preventivo che può venire prevalentemente dal basso e dalle realtà locali o di riferimento.

Ai “dirigenti” campani che vengono messi sotto accusa (Fico e più ancora Di Maio), si può imputare un deficit di attenzione, ma non si può al momento accusarli di essere a conoscenza dell’attività ricattatoria di De Robbio derubricata dalla Capuozzo a “pressioni politiche” a cui peraltro non si è adeguata. E va riconosciuto comunque al M5s di avere sospeso dal 14 dicembre ed espulso il 23 il consigliere De Robbio (e se fosse avvenuto prima sarebbe stato ancora meglio) inquisito, oltre che per tentata estorsione,  per lo stesso reato, voto di scambio, per cui è indagato il consigliere Pd Vito Cimiotta a Marsala che in nome del “garantismo” è tranquillamente al suo posto.