Il tempo prende una sigaretta, te la mette in bocca. Alzi un dito, poi un altro dito, poi la sigaretta”. Così scoprivo David Bowie, a tredici anni, una cassetta in un vecchio registratore Philips, doveva essere il 1980 o l’81, e non era il Tempo, ma il mio amico Guido nella piazza Vecchia di Bergamo Alta che mi aveva messo in bocca la prima sigaretta, sotto la scala che dà accesso al Palazzo della Ragione.

Non scorderò mai il sapore amaro della sigaretta, il fumo negli occhi sulle note di Starman, la prima sigaretta, il primo passo verso le piccole autodistruzioni che poteva permettersi una generazione post-moderna, senza ideali che cresceva alla periferia del mondo… Perché Bowie, quel marziano che paralizzò l’Inghilterra presentandosi in un costume androgino e capelli rossi alla Bbc nel 1972 cantando il non senso della sua epoca, l’apocalisse delle periferie, la solitudine, è stato il cantore del nostro non senso. Un visionario ante-litteram, Bowie ha incarnato il suicidio a ritmo di rock and roll di una generazione che cresceva nelle metropoli sfigurate, senza più nessun progetto di civiltà, perse in lotte ormai inutili davanti a un mondo che precipita verso l’apocalisse.

Il tempo uccide, come la sigaretta, il tempo non è che un’altra sigaretta in bocca che ci accorcia la vita perché la vita è una corsa verso la morte senza senso, un assurdo che è meglio assaporare con un po’ di tabacco avvolto in una cartina, o nascondere dietro il fumo spesso di qualche spinello di cattiva qualità.

Non ho molto da offrire”, canta Bowie “Non c’è molto da prendere”. Siamo tutti principianti assoluti in questa vita. Assolutamente sani e assolutamente principianti. Siamo visionari che non vedono nulla. La vita non ha molto da offrire. E Bowie canta il mondo romantico e senza pietà degli Anni Settanta, Ottanta e Novanta, un mondo di trasformazioni continue, di inquinamento, di fine degli ideali, di scoperte inutili, come la conquista dello spazio, di confusione sessuale, di disordine identitario.

Non c’è segno di vita, c’è solo il potere di sedurre”. Il mondo di Bowie, come dice bene il filosofo Simon Critchley nel suo libro del 2014 Bowie, è il mondo dell’inautenticità. Tutti i suoi trucchi sono maschere che non nascondono nulla dietro, perché dietro la maschera non c’è nulla, come nella celebre scena del film di fantascienza L’uomo che cadde sulla Terra, in cui Bowie si toglie palpebre e genitali per mostrare alla sua ragazza la sua natura aliena. La ragazza inorridisce ma alla fine decidono di ubriacarsi insieme.

Eppure, la sua poetica ci faceva sognare, ci faceva immaginare di poter essere qualcosa di diverso, di voltarci e guardare la stranezza del nostro mondo e trovare un modo di cambiare noi stessi, di affrontarci, di non avere paura delle nostre imposture, della nostra mancanza di lealtà a qualsiasi tradizione.

Canta ancora Bowie in Changes, forse la sua canzone migliore:

“Ancora non so cosa stavo aspettando
E il mio tempo stava correndo selvaggio
Un milione di vicoli ciechi e
Ogni volta ho pensato di avercela fatta
Sembrava che il sapore non fosse così dolce
Così sono diventato me stesso per affrontarmi”

Girati, ci diceva, affrontati: nel mondo stregato, capovolto e claustrofobico della postmodernità dove qualsiasi uscita trascendente ci è negata, ci si può ancora voltare, guardarsi allo specchio e cambiare.

Addio David Bowie, addio Ziggy Stardust, porto con me la tua bellezza androgina, le tue distopie, il tuo sguardo impossibile blu e marrone insieme e mi volto per guardarmi allo specchio senza sperare di trovare la verità, con in bocca una sigaretta, senza avere più paura del nulla.