cop (7)È sempre difficile capire cosa rende grande un racconto, ma è una domanda inevitabile dopo aver letto Amica della mia giovinezza, la settima raccolta di Alice Munro, uscita in Canada nel 1990 e proposta oggi da Einaudi nella bella traduzione di Susanna Basso.

Intanto Alice Munro non è una scrittrice che ama fulminare all’inizio. Non ci sono incipit con il botto, di quelli che contengono tutta la storia che verrà in due righe. Alla Carver, per intenderci (penso all’inizio di Il treno: “La donna si chiamava Miss Dent e poco prima, quella sera, aveva puntato una pistola contro un uomo”. Oppure a quello di Cattedrale: “C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi”). Munro no, lei non si muove così.

I suoi racconti sono come un’imprevedibile passeggiata. Parti tranquillo, poi prendi un sentiero e poi un altro, e alla fine arrivi dove meno te lo aspettavi. C’è qualcosa di armonioso e stupefacente in questo percorso. Tutto è così visibile, così naturale – come i paesaggi che descrive – eppure, arrivato in fondo, resti sempre sconvolto.

I suoi finali sono profondissimi e pacati, ma di una pacatezza che turba, una pacatezza violenta. Ti tocchi la faccia e non capisci se ti ha dato uno schiaffo o ti ha fatto una carezza. Ecco: in questa ambiguità un po’ tremenda sta la sua forza.

Alice Munro legge il suo libro in un castello canadese

In Stringimi forte, non lasciarmi più, per esempio, una vedova parte per la Scozia per cercare alcune persone di cui parlava sempre suo marito. Ma nessuno si ricorda di lui. Si ritrova invece precipitata nei loro vivissimi drammi, che in qualche modo fanno sentire più viva anche lei. “E si meravigliò di essere lì, in mezzo alle vite di quelle persone, a vedere quel che aveva visto dei loro progetti, e delle loro ferite. Jack non c’era, no, dopo tutto Jack non c’era, ma lei sì”.

In qualche modo, i racconti di Munro fanno questo effetto: lì dentro ci sentiamo vivi. Come i due amanti di Five Points, che s’incontrano per poche ore in un bosco, dentro un furgone. Si va oltre “l’incontro fra una promessa e un sollievo”. È piuttosto una questione di energia, che passa fra lettore e scrittore. Anche noi decidiamo di seguire “la linfa, la corrente sotto pelle, come se fosse l’unica cosa vera”.

Il brivido è ancora più forte perché con Munro, subito dopo lo slancio, arriva il pensiero che ridimensiona tutto. Non è il litigio inaspettato fra i due amanti a farci soffrire. Ma la riflessione lucida e amara che lo contiene. “Possibile che Neil non sappia cosa sta succedendo?”, si chiede Brenda. “Forse è necessaria l’esperienza di tante liti coniugali per saperlo. Per sapere cioè che quello che pensi, e che per un po’ ti auguri sia la fine di tutto, potrebbe rivelarsi soltanto l’inizio di uno stadio successivo, un proseguimento. Ecco cosa succede, anzi che cosa è già successo. Neil ha perso un poco di smalto ai suoi occhi; è possibile che non lo recuperi. Probabilmente la cosa è reciproca”. I suoi racconti funzionano così: bruciano a fuoco spento. La scrittura entra in scena quando tutto si calma e ci si allontana dai fatti e dalle catastrofi. È quello il momento di “scoprire uno sgocciolio del tempo, un aggancio, la possibilità di salvare una cosa dalle macerie”.

Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2016