“Il film di Bahram Beyzai intitolato La Morte di Yazdgerd (1983) fu sequestrato soltanto perché si vedeva un ciuffo dei cappelli fuoriuscito dal velo dell’attrice Susan Taslimi… Furono banditi i primi piani delle donne giovani e successivamente, le immagini di donne in atteggiamenti ‘peccaminosi’ come correre o mordere una mela. Tutto questo avvenne subito dopo la rivoluzione islamica, ma alcuni divieti, come quello che proibisce di trasmettere in tv i primi piani degli strumenti musicali sono ancora in vigore ai nostri giorni”.

Chi parla è una studentessa iraniana che risiede in Italia da quattro anni. Si chiama Faranhaz Gholampourkashi e ha scritto una tesi che si intitola “La maschera dei media in Iran” dedicata alle “metodologie propagandistiche dei documentari e dei notiziari della repubblica islamica dell’Iran”. Quando l’ha discussa, al Dipartimento di progettazione e arti applicate dell’Accademia di Belle arti di Brera, non ha invitato nessuno dei suoi amici iraniani per non metterli in pericolo e ora che ha deciso di parlarne con il Fatto.it, sa bene che dopo questa intervista non potrà più tornare nel suo paese.

Oggi che i patiboli di Riad stanno portando al calor bianco la guerra a bassa intensità che si combatte in Siria, Bahrein e Yemen, fra Iran e Arabia Saudita, la tesi di Faranhaz Gholampourkashi, è un documento di estrema attualità perché mostra come il paese che sta contrastando l’Isis e potrebbe, dopo l’accordo con Obama sul nucleare garantire un nuovo equilibrio in Medio Oriente, in tema di diritti umani abbia ancora molto cammino da fare. Il controllo dei media e dell’opposizione inoltre tende a riprodurre ovunque gli stessi ‘Format’. Se nell’Albania di Enver Hoxa, milioni di ‘sudditi’ del socialismo illirico, celavano le parabole sotto i panni stesi per contemplare il paradiso a quiz di Mike Bongiorno, anche l’Iran ‘moderato’ di Rohani considera illegale il possesso delle antenne paraboliche che captano le reti satellitari e le fa sequestrare dalla polizia sui tetti delle case, mentre trasmette abitualmente con apparecchiature sofisticate disturbi sulle reti.

“Dopo la morte di Khomeini – racconta Farahnaz – la guida suprema passo’ nelle mani di Ayatollah Khamenei che tra i suoi poteri assoluti aveva anche la scelta del direttore generale della radio televisione iraniana (denominato metaforicamente La Voce e L’Immagine della Repubblica Islamica dell’Iran). In Iran persiste la legge che vieta categoricamente l’istituzione delle radio e tv private, e tutte le reti e i relativi canali di trasmissione sono controllati dalla Guida Suprema. Il ministero della cultura ed ‘ershad’ islamico (l’ente responsabile dell’arte e della cultura dell’Iran durante la presidenza di Mohammad Khatami) è stato messo sotto torchio da parte di incaricati religiosi e gruppi di pressione governativa, in quanto durante la presidenza Khatami aveva permesso rivelazioni sulle uccisioni a catena degli scrittori, degli artisti e dei dissidenti politici”.

Il risultato di questo controllo totale è stato il crollo dell’audience della tv pubblica.Malgrado tutte le difficoltà che il governo crea alle reti satellitari, gran parte della popolazione iraniana usufruisce lo stesso dei loro programmi. Gli amministratori della radio televisione iraniana sostengono che gli spettatori delle reti satellitari oscillano tra il 35% il 40% della popolazione, mentre i dati ufficiosi dicono che il 70% seguono reti considerate illegali dal governo. Questo scenario da Grande Fratello ha raggiunto il picco durante gli 8 anni di presidenza di Mahmoud Ahmadinejad ( 2005-2013) che portò al massimo le tensioni sul nucleare tra l’Iran e l’occidente , provocando le politiche di embargo internazionale nei confronti del paese.

“La sua presidenza – racconta ancora Faranhaz – è considerata il periodo nero per la stampa iraniana. Molti giornali vennero messi in una lista nera e posti sotto sequestro. La direzione degli spettacoli e della cinematografia venne affidata a persone mediocri di limitata cultura tecnica, e la proiezione di opere artistiche quindi ha subito censure governative. Nel 2009, quando Ahmadinejad, venne rieletto alla presidenza con un broglio elettorale, il popolo per esprimere il proprio disappunto scese in piazza con lo slogan “Dove è il mio voto?“
e Il movimento prese poi il nome “Jnbeshe Sabz” , “Movimento Verde” dal colore scelto durante le elezioni dal candidato alla presidenza Mir Hossein Mousavi. La polizia antisommossa malmenò i dimostranti e sparò uccidendo centinaia di persone, compresi diversi leader dei riformisti, e moltissimi manifestanti vennero torturati e stuprati in carcere. La tv iraniana diffuse le immagini dei negozi distrutti, delle auto dell’esercito incendiate, e i promotori della manifestazione vennero etichettati come gente irresponsabile, persone vendute e spie degli stranieri ”.

È in quel momento che la tv pubblica iraniana vara un genere televisivo che oggi è diventato un marchio dell’Isis: la Confessione Forzata.
“La tv – racconta Farahnaz – era piena di ‘ricostruzioni’ ( n Italia le chiamerebbero ‘trasmissioni riparatrici’… come quelle pretese dal Pdl quando in tv si parlava di Mafia in Sicilia, ndr) in cui le persone arrestate ‘confessavano’ di essere nemici del popolo pagati dagli stranieri dicendo che solo in seguito (dopo l’arresto?) avevano scoperto il ‘corretto’ risultato delle urne”. Anche se la tv era ostaggio del governo , la gente in strada e i manifestanti riprendevano le violenze con cellulari e palmari e le immagini finivano direttamente in rete. Fu così che il volto insanguinato della 27enne Neda Agha-Soltan , uccisa da un cecchino, fece il giro del mondo e venne scelta da ‘TIME’ come uno dei dieci simboli di protesta nel mondo.

“Da da due anni a queste parte – dice Farahnaz – è al potere un governo semi-riformista, e le denunce avanzate dal governo precedente contro la stampa sono state ritirate e la stampa, il cinema, lo spettacolo e tutte le forme d’arte hanno avuto la possibilità di ripartire ma l’intero settore riesce a sopravvivere a fatica a causa del calo del prezzo del petrolio e dei saccheggi di stato del governo precedente. Mir-Hosein Mousavi, e Mehdi Karroubi i due candidati alla presidenza che nel 2009 sfidarono Ahmadinejad, sono a tutt’oggi ai domiciliari. Ai riformisti venne tolto il diritto di espatrio e il diritto di apparire sui media e molti sono ancora in carcere”