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Il 2016 inizia con la conferma del disordine mondiale in cui ci troviamo ormai da tempo. Sullo sfondo di un presidente degli Stati Uniti che piange in televisione – anche Nixon lo fece quando dichiarò la fine del gold standard – le due superpotenze che si contendono il controllo del Medio Oriente, l’Arabia Saudita e l’Iran, sembrano prossime ad un conflitto diretto. Alcuni dati confermano il loro status rispetto a quello delle altre nazioni. L’Iran vanta una popolazione di 81 milioni mentre l’Arabia Saudita ne ha solo 27. Ma Riad ha un Pil annuo di 746 miliardi di dollari mentre quello di Teheran è di 416 miliardi. Sul piano militare, l’esercito iraniano è composto da 554 mila unità mentre quello saudita è di 233 mila, tuttavia i sauditi hanno a disposizione un arsenale bellico che fa invidia anche a Washington.

L’incertezza nei confronti della politica estera americana nella regione ha fortemente contribuito all’acuirsi della crisi tra questi due giganti. Washington sembra voler allearsi con entrambi, dimenticando ciò che avvenne nel 1978. All’indomani della vittoria Khomenista, gli Stati Uniti cementarono le relazioni con l’Arabia Saudita per contenere il fenomeno iraniano ed utilizzarono Saddam Hussein per lo stesso scopo. Terrorizzate dalla repubblica iraniana, dove anche le donne votano, le potenze sunnite della regione fecero quadrato intorno all’asse Washington, Baghdad, Riad.

L’equilibrio creato da questa alleanza ha iniziato ad incrinarsi con l’invasione americana dell’Iraq e con il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Per molti si è trattato di una mossa sbagliata, che ha dato la possibilità a Teheran di influenzare l’Iraq. E infatti, da allora chi guida questa nazione è un governo sciita. Altro elemento fondamentale è stata la decisione di Washington di abbandonare il presidente egiziano Hosni Mubarak, sulla scia della primavera araba. Questa scelta ha fortemente preoccupato i sauditi e cementato l’idea che gli americani siano un alleato inaffidabile. Infine, l’accordo nucleare con l’Iran e la possibilità di un riavvicinamento tra Washington e Teheran li ha convinti che non ci si può più fidare di Washington. Da qui la decisione saudita di fare di testa propria, di tessere una ragnatela di guerre per procura per strangolare Teheran.

Sulla base di queste premesse diventa chiaro perché i sauditi non solo vedono l’Iran come una minaccia crescente nella regione, impegnata a fomentare le popolazioni sciite negli stati del Golfo e nel mondo, e a esportare il suo marchio di Islam “rivoluzionario”, ma temono anche la sua avanzata nella penisola arabica, ad esempio in Yemen, adesso che l’alleanza tra i leader sunniti della regione e Washington si è definitivamente rotta. Paradossalmente, un po’ come la destra israeliana, i sauditi attribuiscono tutti i problemi nella regione a Teheran.

Per gli iraniani, i sauditi opprimono sia in patria che in altre parti del Medio Oriente, la popolazione sciita. In Siria finanziano gruppi armati sunniti per rovesciare il governo sciita del loro alleato, il presidente Bashar al Assad. Il tutto continuando a negare la legittimità dello stato iraniano. Sul piano economico, poi, il rifiuto dell’Arabia Saudita di tagliare la produzione di petrolio, che mantiene i prezzi bassi proprio quando l’Iran sta per rientrare nel mercato mondiale, è fonte di ulteriori tensioni nelle relazioni tra le due nazioni.

L’arma del petrolio non va sottovalutata. Le due nazioni sono impegnate in più di una guerra per procura nella regione, chi glielo permette sono le ingenti risorse petrolifere a loro disposizione, né l’Iran né l’Arabia Saudita sono infatti state in grado di diversificare la propria economia che rimane essenzialmente di rendita proveniente dalle fonti energetiche. Nessuna delle due guadagna dalla caduta del prezzo del petrolio, ma è chiaro che Riad, e i suoi alleati del Golfo, sono convinti che nel lungo periodo il danno sarà maggiore in Iran che in Arabia Saudita per un semplice motivo: l’Iran è rimasta fuori del mercato mondiale per troppo tempo.

E’ in questa ottica che va letta la decisione di quotare in borsa la saudita Aramco, il più grande produttore di petrolio al mondo con una produzione di 10 milioni di barili al giorno. Questa potrebbe diventare la prima società quotata del valore di oltre mille miliardi di dollari. L’Arabia Saudita possiede il 16 per cento delle riserve petrolifere mondiali, più di 260 miliardi di barili. Si tratta di circa 10 volte quelle della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera quotata al mondo. Basato sul valore di mercato della Exxon, pari a 317 miliardi di dollari, la privatizzazione di Aramco potrebbe valere fino 3 mila miliardi di dollari.

In conclusione, con la privatizzazione di Aramco e la vendita delle quote sul mercato mondiale, Riad riuscirebbe non solo a finanziare la propria politica anti Iran e anti sciita ma anche a legare il proprio destino con quello della finanza mondiale, un alleato più potente e più intelligente di Washington. Se questa analisi è corretta, allora non solo nel 2016 il prezzo del petrolio continuerà a scendere, tutto il Medio Oriente continuerà a bruciare.