Speravamo che la fine del berlusconismo al governo diretto del Paese dovesse portare un minimo di regole democratiche, eliminando lo scempio alla dignità della legalità e curando le ferite inflitte a ogni istituzione civile e organizzazione dello Stato. Circa metà degli italiani ha coscientemente tenuto al governo dell’Italia un evasore fiscale, un alleato di mafia, attraverso il suo diretto braccio destro Dell’Utri (ora in carcere). Ora abbiamo anche il conforto di Sandro Bondi, testimone qualificato indiscusso che gli fu vate, “servo volontario” ed ex Pci, il quale quatto quatto, cacchio cacchio, viene a dirci con lirica innocenza che a Berlusconi nulla importava dell’Italia, perseguendo il fedifrago un solo interesse: il suo e quello delle sue aziende. Quando lo dicevamo noi in epoca non sospetta, eravamo tacciati di antiberlusconismo ideologico; ora che tutti sanno, fanno finta. Speravamo che il Pd volesse riparare lo sfascio, come è sempre accaduto nella storia d’Italia: la destra dilapida e la sinistra aggiusta. Speravamo da impenitenti illusi perché non volevamo rassegnarci alla disfatta dei «principia» per cui abbiamo vissuto e spesso anche dato la vita.

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L’arrivo al governo del Pd, nel frattempo mutato geneticamente in “cosa renziana-boschiana”, costringe a prendere atto che il partito “che fu” delle lotte operaie e della difesa a oltranza della Costituzione, ha fretta di dismettere il vocabolario “di sinistra” perché se ne vergogna, rincorrendo la destra fino all’incesto contro natura, battezzato –ironia della sorte!– “Nazareno”, col nome di uno che si è fatto crocifiggere pur di restare fedele a sé, senza perseguire interesse personale di alcun genere. Per la terza volta consecutiva, dopo Monti e Letta, il Pd smania per andare al governo con uno che non è mai stato eletto (se non per fare il sindaco di una media città come Firenze) e da qual momento perde la bussola e si ammala di labirintite.

Nei primi tre anni di malgoverno, l’allegra brigata ha fatto una scelta di classe: stare dalla parte di Confindustria, precarizzare il lavoro e punire i sindacati. I numeri mirabolanti di giovani al lavoro sono state ridimensionati dall’Istat, la furia iniziale (“una riforma alla settimana”) si è acquietata nelle braccia del marpione Marchionne nel proscenio della Borsa del Cavallino Rosso (l’unico rosso che questo governo riconosce). Nella finanziaria vi sono più normative a favore delle mafie, degli evasori e dei suoi parenti e del babbo della Boschi Maria Etruria che a tutela dei piccoli risparmiatori. Con la controriforma costituzionale e la legge elettorale, il governo si è posto espressamente contro la democrazia e l’ordine costituzionale.

Renzi, infatti, contraddicendo tutto quello che aveva dichiarato e promesso prima di prendere il partito e il governo, ha sopraffatto il Parlamento, la Giustizia, addirittura la Corte Costituzionale e la TV di Stato, dandosi ruoli e compiti che non gli spettavano, allargando la propria azione anche dove non gli è lecito. È riuscito così dove Berlusconi ha tentato senza risultato completo perché aveva le piazze piene degli iscritti del Pd, della sedicente sinistra e degli uomini e delle donne di buona volontà democratica.

La riforma costituzionale, infatti, non è materia di governo, ma esclusiva prerogativa del Parlamento, dove non vige il vincolo di partito, ma la libera convinzione e la libertà di coscienza al momento del voto, che comunque, è sempre superiore alla disciplina di partito. Ora sappiamo bene che la riforma costituzionale, anzi la distruzione della Costituzione repubblicana – unita alla legge elettorale che prevede di fatto la trasformazione del Senato della Repubblica in dopolavoro per servitori fedeli e proni, è un obiettivo che riguarda la perpetuità di Renzi – lo statista di Rignano sull’Arno! – come prosecuzione ideale e storica del berlusconismo (senza cene eleganti o almeno evidenti).

Se qualcuno aveva ancora un dubbio, ha provveduto lui stesso a toglierlo nel discorso di fine anno 2015, in cui, parlando del referendum confermativo sulla «sua» riforma (in)costituzionale approvata dal succube parlamento, ha detto: “Se perderò considero fallita la mia esperienza politica“. Parole gravi e pericolose, perché un capo di governo, per definizione “provvisorio”, lega la sorte del suo governo al voto più importante per un Paese democratico e di diritto, in quanto sancisce le regole “istituzionali” che per loro natura sono sovrane, cioè libere da condizionamenti di sorta e di governi. Dicendo queste parole, Renzi ha lanciato un’ordalìa di stampo medievale: o con me o il diluvio; se non mi votate, accettando le “mie” riforme, succederà il finimondo, perché dopo di me non vi è futuro e l’Italia può sprofondare nell’abisso dell’anarchia.

Ne prendiamo atto e non ci lasciamo sconvolgere. Accettiamo la sfida. Vogliamo mobilitarci per battere la controriforma (in)costituzionale a firma “Renzi/Boschi”, decisi a prendere due piccioni con una fava sola: sconfiggere lo stravolgimento della Carta del ’48, nata dalla Resistenza, e mandare a casa Renzi e la sua ghenga che, insieme, sono spuri alla vita democratica e al Diritto della Decenza. Se è guerra, guerra sia!

Con una differenza – questa sì abissale! – Renzi lotta per il potere per sé, per la sua famigliola, il babbo della Boschi e i suoi amici, noi lotteremo senza alcun interesse solo per amore della dignità della Carta Suprema, garanzia di Democrazia, baluardo della dignità del lavoro utile e orizzonte del futuro della nostra Italia. Renzi, che è stato sindaco di Firenze, non dimentichi Carlo VIII e Pier Capponi del 1494 perché come allora, se Renzi suonerà le sue trombe e trombette, anche noi oggi suoneremo le campane delle nostre coscienze e della nostra libertà votando “no” al referendum confermativo. A quel punto, dovrà essere lui a prendere atto che esiste un popolo d’irriducibili e dovrà tornarsene a Rignano a giocare con i figli sulle rive dell’Arno, magari accompagnato da Boschi Maria Elena Etruria in veste di Baby Sitter a tempo pieno.