Aldo Ricci, blogger de ilfattoquotidiano.it, si chiede polemicamente come avrei reagito se mia moglie o una mia amica avessero subìto le molestie sessuali inflitte, nella stazione di Colonia, ad un gruppo di donne tedesche da una folla di immigrati nordafricani. Vuol sapere se avrei “concionato” circa “le differenti appartenenze etnico-religiose dei responsabili” o piuttosto mi sarei dilungato “in una disputa terminologica sul radicalchicchismo, sul progressismo o sull’essenzialismo”. Rispondo: non avrei fatto nulla di tutto questo. Avrei preteso che la polizia arrestasse i colpevoli. Ma certo non avrei usato l’episodio per chiamare sul banco degli accusati  ‘l’Islam’; nè avrei ‘concionato’ sulle diverse appartenenze islamiche dei responsabili, poiché non ritengo la religione un fatto decisivo.  Vediamo perché.

Qualche anno fa ci dissero che la guerra civile in corso in Sudan obbedisse a questo schema: il nord islamico, perciò aggressivo e infibulatore, perseguitava il sud cristiano, dunque pacifico e rispettoso delle donne. Oggi nel Sudan del sud, divenuto indipendente, si continua a praticare come nel nord la pratica millenaria del’infibulazione; ed è in corso a fasi alterne una guerra tra etnie cristiane che si combattono con metodi ferocissimi, dalla castrazione di bambini al cannibalismo forzato. Dunque abbiamo squartato una nazione per imparare che non è la religione a orientare i comportamenti delle popolazioni sudanesi. Allo stesso modo le molestie di Colonia derivano da un codice di valori che è la scelta frequente di quanti crescono in società rurali, povere e neo-feudali (che si tratti di una scelta e non di un destino comporta che la condizione di poveri e marginali non sottrae alla punizione i molestatori). Secondo questo codice una donna emancipata è ‘di facili costumi’, sessualmente disponibile; in ogni caso rappresenta una sfida alla moralità e ai suoi principi, in primo luogo la sottomissione della femmina al maschio. Una mentalità grossomodo simile apparteneva alla piccola parte di immigrati italiani che cinquant’anni fa ci attirò pregiudizi importunando le nord-europee.

Eppure noi non attribuiamo quelle molestie al cattolicesimo, benché sia scontato che il clero cattolico del Meridione avesse notevolmente contribuito a rafforzare nei molestatori lo stereotipo della donna ‘scostumata’.   Implicitamente diamo per scontato che quel clero era bigotto e arcaico non per corrispondere alla ‘vera’ natura del cattolicesimo, ma perché così l’aveva plasmato la storia del nostro sud. Dunque perché i mascalzoni di Colonia dovrebbero esprimere la ‘vera’ natura dell’islam?

In realtà quella ‘vera’ natura non esiste. Ciascuna religione non consiste in un’essenza immutabile e per sé, come vuole quello che ho chiamato ‘essenzialismo’, ma appare un campo di possibilità che la storia modifica in continuazione, attraverso l’interazione di cleri e teologie con la struttura del potere, conflitti politici e sociali, interessi concreti di ceti e di nazioni, culture avversarie. Di volta in volta questa dialettica premia alcune concezioni e ne svantaggia altre, senza però precluderne la rimonta. Così ‘Islam’ vuol dire tutto e il contrario di tutto, Isis ma anche Mahmud Taha, il teologo impiccato nel 1985 in Sudan perché contestava la sharia nel nome di una dottrina la cui liberalità ha un’ampiezza quasi sconosciuta a ogni altra religione. Noi pensiamo che il cristianesimo sia Bergoglio ma oceani separano il papa da quel clero ‘evangelical’ che in Africa trasferisce a bande armate un’idea molto belligerante della propria fede. Lo stesso cattolicesimo malgrado sia la religione più centralista finisce per offrirsi nelle versioni più contraddittorie, distanti tra loro quanto possono esserlo i feroci carlisti spagnoli e la teologia della liberazione, don Gallo e quei prelati croati che sostenevano attivamente le ‘pulizie etniche’ di Tudjman.

Queste mie considerazioni sono altamente impopolari anche a sinistra, dunque non capisco perché Ricci le attribuisca ad un ‘progressismo di maniera’. Il politicamente corretto che dilaga nel discorso pubblico semmai è un essenzialismo di cui alcuni giornali hanno offerto in questi giorni la versione ideologica. Per esempio sul Corriere della Sera Pierluigi Battista ha suggerito un’equazione tra le molestie di Colonia e le aggressioni subite da alcune egiziane all’interno dei grandiosi raduni che portarono alla deposizione di Mubarak, per intendere che la ‘primavera araba’ è stata un raduno di molestatori fondamentalisti.

Conclusione implicita: lunga vita al generale al Sisi, massacratore di palpeggiatori (per inciso, la polizia del generalissimo usa lo stupro come metodo sistematico di tortura e di intimidazione). Il fatto che questi ragionamenti, se vogliamo chiamarli così, siano la normalità, non è sorprendente in un Paese che non ha una tradizione liberale e che nel 2005 risultava primo in Europa per conformismo bigotto (Bigotry Gap Ratio). Ma anche di questo non darei colpa al cattolicesimo: semmai al fatto che in Italia il giornalismo e la politica rispecchiano una classe dirigente tra le più mediocri dell’Occidente.