banche-bancomat_675

Sarà che ho fatto le scuole sbagliate, ma quando si parla di “patente”, a me viene in mente la splendida novella di Pirandello in cui un uomo additato come iettatore, perso per perso, chiede al Tribunale una dichiarazione ufficiale delle sue “doti”, nell’intento forse di poterle sfruttare professionalmente.

Ma mi sbaglierei, perché la nuova patente alla quale dobbiamo pensare è quella per poter effettuare operazioni in banca, secondo l’aureo e recente suggerimento dell’economista Alberto Alesina, sulle pagine del Corriere della Sera. Dalle recenti acclarate truffe a danno dei risparmiatori e dall’ignoranza media degli italiani in tema di economia e finanza che emergerebbe da una recente indagine, l’allievo di Robert J. Barro a Harvard, infatti, ne ha dedotto la necessità di accertare e certificare preventivamente la conoscenza dei risparmiatori. Finalità lodevole, ma del tutto incongrua nei mezzi e negli obiettivi, oltre che dannosa, come vedremo.

Taceremo sul fatto che evidentemente, far ricadere sulle spalle del truffato la responsabilità di essersi fatto truffare e non sul colpevole della truffa, non è in linea con una visione di una società regolata e civile. Trascureremo anche la considerazione che quanto chiesto da Alesina comporterebbe un ulteriore aggravio burocratico, del quale non sentiamo la mancanza. In realtà infatti il problema della cultura economica è serio, non così semplice come parrebbe a chi si illude di risolverlo con una bella patente.

Dal momento che le vicende della teoria economica mondiale nel corso dei secoli non si studiano nelle università italiane, in effetti pochi sanno che esiste una illustre e corposa tradizione di stupidaggini smentite dai fatti tra gli economisti di tutti i tempi.

Adam Smith scrisse che nel lungo periodo il valore di mercato e il valore naturale sarebbero coincisi, ma siamo ancora qui che aspettiamo. Marx profetizzò il crollo della società capitalistica, tuttavia, mentre è scomparsa ogni traccia di socialismo e di comunismo, attendiamo ancora l’ascesa del proletariato al potere. Tra le amenità ricorderemo che Friedrich List, economista molto influente nella Germania dell’800, riteneva che gli italiani fossero completamente inadatti al lavoro industriale e Irving Fisher, economista americano antesignano della teoria quantitativa della moneta, scrisse che la crisi del ’29 si sarebbe risolta rapidamente (difatti finì solo dopo il 1945). Chi volesse un piccolo campionario di stupidità degli economisti potrebbe riprendersi in mano lo scherzoso ma non troppo libretto di Sergio Ricossa, Maledetti economisti. Le idiozie di una scienza inesistente.

Insomma Alesina è in buona compagnia. Anche se fatico a pensare come a questo punto, viste le conseguenze sociali del fatto, non si debba pensare a una patente simile anche per procreare, oppure per esercitare il diritto di voto. Forse gli economisti non sanno che l’ignoranza fa danno in molti altri campi, non solo in quello della finanza, ma non per questo possiamo pensare di “patentare” ogni azione umana potenzialmente svolta in regime di ignoranza.

Però c’è dell’altro che forse vale la pena ricordare. Quando si parla di “scarsa cultura economica”, non possiamo limitarci alla mancanza di conoscenze specifiche sugli Swap o sugli Otc. La cultura economica – come ogni tipo di cultura – è ampia e collegata, ha molte facce, ognuna delle quali è espressione delle altre. In altre parole l’ignoranza della casalinga di Voghera in materia borsistica è l’altra faccia della medaglia della preparazione professionale degli economisti. Basta aver visto qualche spezzone del film Inside Job per apprendere che i primi ad aver messo per iscritto (a pagamento) una montagna di bugie sui derivati e ad aver concorso nel determinare i crolli del 2007 sono stati illustri economisti e accademici, spesso investiti di incarichi della massima responsabilità nelle top università americane. Certamente andrebbe curata l’ignoranza economica degli italiani, ma chi curerà la non meno grave e dannosa ignoranza degli economisti?