Almeno 31 persone sono morte per carenza di cibo nel mese di dicembre nella città di Madaya, nella provincia di Damasco. Molti abitanti della città siriana sono rimaste uccisi dalle mine o dalle forze armate, nel tentativo di fuggire dalla città, ma la gran parte è morta di stenti e di fame. E’ quanto hanno denunciato diverse fonti mediche e in particolare il SAMS, associazione no profit di medici in servizio in Siria. La città di Madaya, situata sulle montagne vicino al confine con il Libano, è sotto assedio da circa sei mesi da parte delle forze governative di Damasco e delle milizie libanesi sciite di Hezbollah. Sono circa 40mila le persone presenti in città, costrette a cibarsi di foglie, insetti, cani e gatti o a ricorrere al mercato nero, dove il riso si vende a grammi e costa circa 250 dollari al chilo. La presenza dei cecchini, poi, peggiora ulteriormente il dramma: gli abitanti di Madaya, infatti, sono impossibilitati ad uscire o a raccogliere la legna. Lo scorso settembre era stato raggiunto un accordo per consentire la distribuzione di aiuti umanitari e l’evacuazione di civili e feriti, ma Madaya ha ricevuto aiuti una sola volta in tre mesi e la situazione è successivamente precipitata, soprattutto nelle ultime settimane a causa del freddo. A testimoniare lo stato catastrofico in cui versano gli abitanti della città, sono i due video realizzati e diffusi dal SAMS, filmati in cui sono immortalati bambini in stato di indigenza. Oggi Melissa Fleming, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), in una intervista rilasciata ad Al Jazeera, ha dichiarato che il governo siriano si è impegnato a permettere alle organizzazioni umanitarie di raggiungere Madaya, dove è previsto l’arrivo dei primi aiuti nei prossimi giorni  di Samuele Orini e Gisella Ruccia