Adil Rabhi, marocchino, specializzato in informatica, nel 2002 dalle montagne dell’Atlas sbarca in Italia. Sui gommoni della morte attraversa lo stretto di Gibilterra. Poi il resto in treno. Si trasferisce a casa dello zio a Modena, fa il benzinaio, lavora sette giorni su sette, 15 ore al giorno, beneficiato dalla sanatoria del 2003, finalmente ottiene il permesso di soggiorno. A questo punto la decisione di occuparsi di quelli meno fortunati di lui.

Nel 2007 conosce il presidente della Comunità di Sant’Egidio di Milano, Giorgio della Zanna, e incomincia a fare volontariato: distribuisce cibo ai senzatetto, fa il traduttore per gli immigrati clandestini, organizza viaggi per la terza età. Da maggio del 2015 gestisce una delle più massicce emergenze profughi in transito nel nostro paese. Una parte del museo della Shoah, al binario 21 della Stazione Centrale, grazie “all’illuminato” vice presidente delle Comunità Ebraiche Italiane, Roberto Jarach, è stato trasformato in centro d’accoglienza di profughi. Quasi una rivincita della storia. Un luogo di dolore, il Memoriale dell’Olocausto, che diventa luogo di rifugio e ristoro del corpo e dell’anima per siriani, eritrei, iracheni. Tenuto in vita grazie solo grazie al contributo finanziario dei volontari. Adil, un ragazzone dallo sguardo dolce di 34 anni, si occupa di tutto, dal coordinamento alla distribuzione di vestiti e medicine. Gestisce in pochi mesi l’arrivo di 5300 rifugiati, molti sono feriti di guerra, hanno gli arti amputati, disabili, bambini, anziani. Corpo e spirito a brandelli. Sono trascinati a spalla dai loro compagni, macinando a piedi migliaia di chilometri. Arrivano giovanissime eritree, corpi sinuosi e lineamenti che sembrano modelle. Sarebbero destinate alla prostituzione senza l’intervento degli assistenti sociali della comunità. Arrivano ragazzi che scappano dall’arruolamento a vita nell’esercito. I duemila posti letto non bastano e miracoli non se ne fanno. Alcuni di loro restano, altri dopo un ristoro di pochi giorni partono per il Nord Europa, un ennesimo (quasi sicuramente inutile) viaggio della speranza.IMG-20151209-WA0036

Mentre chiacchieriamo il cellulare di Adil non smette di squillare. Adesso è diventato una celebrità, hanno scritto di lui il New York Times, Le Monde e il Times of Israel. E il mese scorso ha ricevuto insieme a Ferruccio De Bortoli di Legambiente il Premio Solidarietà: “Non bisogna rimanere indifferenti alle tragedie umane”. E diventa un buon esempio di cultura che va oltre le barriere ideologiche e religiose. Il centro, gestito da un musulmano, in un posto ebraico, sotto la corazza protettiva della Comunità di Sant’Egidio.

Ma Adil è preoccupato, da marzo le condizioni del mare migliorano e si aspetta un altro sciame disperato di profughi. E’ un olocausto umano senza fine. Ma non si possono alzare barriere. La rabbia e l’orgoglio di non guardare dall’altra parte.

twitter@januariapiromal