Secondo atto della video-story del 2015 parlamentare, narrato attraverso le baruffe in Aula (qui la prima parte). Negli ultimi scampoli del mese di settembre, a essere protagonista degli astiosi dibattimenti è il Senato: il 24 il ‘casus belli’ è la mancata calendarizzazione del provvedimento sulle unioni di fatto, decisione che scatena un vis-à-vis agguerrito tra Zanda (Pd) e Airola (M5S). Il 30 settembre, invece, esplode una nuova guerriglia delle opposizioni contro il Pd e il senatore Cociancich, autore di un emendamento che fa scattare un ‘canguro’, blindando così l’articolo 1 del ddl riforme. E a rivestire il ruolo di pugnace difensore del collega di partito è il senatore Luigi Zanda, che, nella fase più aspra della bagarre, ammonisce il M5S: “Vi diverte urlare? Pensate di fare i parlamentari in questo modo? Pensate che fare i senatori significhi fare questo?”. Il 1 ottobre il gruppo dei verdiniani al Senato vota l’emendamento Cociancich, così come annunciato dal capogruppo craxiano di Ala, Lucio Barani, contestato duramente dalla Lega a suon di epiteti biliosi e di banconote verdi lanciate al suo indirizzo. Il giorno successivo è ancora una volta Barani a rendersi protagonista di uno spiacevole episodio, che sfocia in una torrenziale polemica con le opposizioni: rivolgendosi alla senatrice M5S Beatrice Lezzi, mima un rapporto orale, innescando un subbuglio incontrollabile in Aula. Una settimana dopo, a duellare vivacemente col presidente del Senato è la parlamentare M5S Elena Fattori, che, subito dopo l’approvazione dell’emendamento del governo all’articolo 39 del ddl Boschi sulla nuova legge elettorale, accusa la minoranza Pd di essersi venduta in cambio di ‘un piatto di lenticchie’ e definisce Verdini ‘il burattinaio delle riforme costituzionali’ del governo Renzi. Cinque giorni dopo viene approvato il ddl Boccadutri sul finanzamento dei partiti: a esprimere con incisività lo sdegno del M5S è la senatrice Paola Taverna, che definisce i colleghi della maggioranza “ladri che commettono un furto”, aprendo le cateratte delle proteste dai banchi del Pd. E al tentativo frettoloso del vicepresidente di turno, Maurizio Gasparri, di chiudere la polemica, la parlamentare reagisce con un casereccio: “tu sta’ bono”. Dicembre è segnato dal caso Banca Etruria: il 16 dicembre, il premier Matteo Renzi ha un durissimo confronto con la Lega, al Senato, e con Renato Brunetta (Forza Italia) alla Camera. Il 19 dicembre volano gli stracci alla Camera a seguito della decisione del governo, che boccia la richiesta delle opposizioni di escludere dal computo dei redditi per la determinazione dell’Isee le pensioni di invalidità e le indennità di accompagnamento. A finire nel mirino sono i deputati dem Marco Causi e Gennaro Migliore. Il primo, nel suo intervento, asserisce che il nuovo Isee “non sembra avere un impatto negativo” sulle famiglie con disabili. Ma Tofalo (M5S) insorge e gli fa eco il collega Fico, che definisce Migliore “trasformista e ridicolo”. Il 2015 si conclude, nel corso della maratona notturna della discussione sulla legge di stabilità, con la concitata polemica tra il deputato della Lega, Roberto Simonetti, e il presidente della Camera, Laura Boldrini, la quale, come è già accaduto in passato, riprende il suo interlocutore per averla chiamata “signor presidente”: “No, io sono ‘signora presidente’, perché non sono un uomo. Mica lei è ‘deputata'”. L’animosità della lunga gazzarra però è smorzata da una nota quasi comica, a causa di una gaffe del parlamentare del Carroccio, che, chiosando con una citazione cinefila, menziona il celebre film di Mario Monicelli, “Il marchese del Grillo”, chiamandolo “Il marchese del giglio”