Italia esempio di repubblica parlamentare. Un tempo forse, oggi non più. Oggi è il tempo del “premierato all’italiana”, come titola in modo efficace e graffiante il rapporto di Openpolis (scarica) che mette sotto la lente di ingrandimento genesi, natura e tempi di approvazione delle leggi approvate nella XVII legislatura, quella iniziata tre anni fa con Letta e proseguita negli ultimi due con Renzi.

I numeri del rapporto dicono che è un tempo di dominio indiscusso dell’esecutivo su un Parlamento italiano ridotto a funzione gregaria, nonostante costituzionalmente (art. 70 Cost.) siano proprio Camera e Senato i titolari del potere legislativo. Nel corso degli anni i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d’azione, tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari. Nelle ultime due legislature sono state proposte 14mila leggi ma quelle approvate sono state 565 e in percentuale, tra quelle che sono poi riuscite a completare l’iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e solo due del Parlamento italiano. E il governo in carica non ha invertito la tendenza, anzi.

Anche i tempi di approvazione sono molto diversi. Se potessimo fare un paragone, per il governo c’è il Frecciarossa, mentre il Parlamento viaggia su convogli locali lentissimi. In media, un provvedimento di iniziativa parlamentare, necessita del triplo del tempo di uno di iniziativa governativa. Esempi? In questa legislatura, per dire, sono bastati 13 giorni per la ratifica del “Trattato di risoluzione unica”, quello contestatissimo dai risparmiatori sul risanamento bancario e il salvataggio interno. Ma ce ne sono voluti ben 871 per licenziare il ddl sull’agricoltura sociale che ha impiegato la bellezza di due anni e mezzo a diventare legge. Idem per lo svuota carceri, i decreti sul lavoro, i fallimenti e la riforma della Pa che hanno visto la luce in poco più di un mese (in media 44 giorni). Dall’altra parte si ritrovano l’Italicum, il divorzio breve, gli ecoreati, l’anti-corruzione che hanno impiegato tra i 664 e i 764 giorni per ottenere il via libera finale. Ogni giudizio su urgenza e platea degli interessati è superfluo.

Il ruolo già subalterno di Camera e Senato viene acuito, se possibile, dalla corsa ai voti di fiducia da parte del governo che di fatto tronca la discussione in Parlamento e fa decadere qualunque proposta di modifica. Uso e abuso dei tempi moderni non trova argini, nonostante impegni e promesse dei capi governo ad ogni rintocco di campanella. Se con Letta il 27% delle leggi ha necessitato di un voto di fiducia, la percentuale è salita al 34% con Renzi: da inizio legislatura si è votato la fiducia mediamente due volte al mese. Numeri che fanno impallidire perfino chi, come Silvio Berlusconi, fu tacciato di autoritarismo dal centrosinistra per esservi ricorso in proporzione assai meno. Nell’ultimo ventennio, a eccezione di Mario Monti che dovette fronteggiare una situazione eccezionale di emergenza, nessun governo ha utilizzato la fiducia in misura così massiccia.  Non proprio un segno di forza per chi sta al governo. Neppure di compattezza per chi lo esprime e sostiene.

In proposito il dossier ricostruisce il “chi-vota-cosa”, rilevando dinamiche e comportamento dei gruppi in aula rispetto all’esecutivo. “Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità di principale forza politica all’interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari“. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd. “Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall’altro ha introdotto una forte instabilità nei rapporti fra maggioranza e opposizione”.

Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di ‘trincea’ fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l’opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggior parte dei casi in contrasto con il Partito democratico. Perché se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontano altro. Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd. Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.