Tanto fecero che, alla fine, anche uno dei politici più pacati del panorama britannico arrivò a sbottare. C’è aria di novità nel Regno Unito, dove il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn, si prepara a un rimpasto del suo governo ombra che dovrebbe arrivare nella serata di martedì 5 gennaio.

Un’operazione che viene vista ora come una ‘vendetta’, di sicuro una reazione ai transfughi e alle feroci critiche al suo operato e al suo pensiero. Del resto, da quando Corbyn è diventato leader del Labour britannico, lo scorso 12 settembre, il pacifista più famoso del Regno Unito è stato attaccato sui media e nelle stanze del parlamento su più fronti. Prima venne il suo apparente rifiuto di cantare l’inno nazionale, ‘God save the Queen’, Dio salvi la regina, durante un evento commemorativo dei caduti di tutte le guerre nella cattedrale di Saint Paul, a Londra. Poi ancora venne il suo rifiuto a inchinarsi di fronte alla sovrana – lui, tendente al repubblicanesimo – in diverse occasioni, poi vennero le sue prese di posizione contro missili nucleari, raid in Siria per schiacciare l’Isis (con il rischio concreto di colpire anche la popolazione civile) e altre politiche del governo conservatore guidato da David Cameron.

Eppure Corbyn, 66enne e parlamentare per il seggio di Islington, pacifista e vicino a Syriza e Podemos, anche nel suo discorso di Capodanno – in realtà assai oscurato dai media britannici – è stato chiaro: pur non essendo più giovane, almeno per gli standard della politica del Regno Unito, ha assoluta intenzione di provare a entrare a Downing Street, nel 2020, quando si voterà nuovamente per parlamento e governo. E Corbyn è così determinato nell’imporre la sua linea da aver deciso di dare uno scossone, in questi giorni, al suo entourage più stretto che si incarna nel governo ombra di opposizione. Molti, in queste ore, stanno così chiamando l’operazione di Corbyn “il rimpasto della vendetta”. Perché negli ultimi mesi proprio quelli che avrebbero dovuto dimostrargli completa fedeltà sono partiti ‘per la tangente’, entrando in dissenso con il leader voluto da oltre il 50% dei votanti alle primarie, criticandolo aspramente e, a volte, come accaduto lo scorso 2 dicembre per il via libera a Westminster dei raid in Siria contro il sedicente “Stato islamico”, anche votando contro la sua linea.

La previsione di quello che accadrà è semplice: via quei ministri ombra più critici, che in alcuni casi potranno essere estromessi e in altri messi a capo di deleghe meno ‘problematiche’. E via libera ai fedelissimi, quelli che negli ultimi mesi hanno appoggiato la sua opposizione per esempio al programma di rinnovo dei missili nucleari Trident in Scozia oppure il suo pacifismo spinto, a volte talmente eccessivo da mandare su tutte le furie anche l’ex primo ministro laburista Tony Blair, che ha più volte avvertito il partito della possibile “disgrazia” in arrivo. Quel Tony Blair che volle la guerra in Iraq nel 2003, che a denti stretti ha poi chiesto parzialmente scusa per quel conflitto e che invece, per quanto riguarda la Siria, è convinto della necessità dell’intervento di Londra al fianco della coalizione.

Intanto, però, fra gli alti dignitari del principale partito di opposizione la preoccupazione è forte. Parlando con Sky News, uno di questi, che ha chiesto di restare anonimo, ha detto che il Labour rischia di diventare “un culto religioso”, tutto incentrato attorno alla figura di un leader plenipotenziario. Un altro, l’attuale ministro ombra per la Cultura, Michael Dugher, sempre parlando con il canale televisivo del magnate Rupert Murdoch, ha detto che il partito laburista rischia invece di trasformarsi in un “politburo di sette persone” che guideranno l’intero partito. Va detto, tuttavia, che diversi sondaggi da mesi mostrano una costante: la base del partito, fatta di giovani spesso non troppo benestanti e che sono molto più a sinistra dei parlamentari laburisti che siedono alla Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord, è contenta su ogni fronte per le decisioni prese finora da Corbyn. Ecco così che, ipotizzano ora analisti e commentatori, il rimpasto ‘della vendetta’ del leader sarà sicuramente criticato ai piani alti ma incontrerà pochissima opposizione fra chi veramente poi vota alle urne.

Quasi certamente, a essere coinvolto nel rimpasto sarà l’attuale ministro ombra degli Esteri, Hilary Benn, che lo scorso 2 dicembre si espresse a favore dei raid in Siria proprio avendo alle spalle un Corbyn dalla faccia contrita, che poco prima aveva urlato il suo “no” all’attacco aereo contro l’Isis. Secondo la Bbc, però, Benn è troppo potente da essere estromesso completamente, ecco così che la previsione è che Corbyn gli assegni deleghe molto più ‘pacifiche’, sulle quali sia d’accordo con il suo capo. Sugli altri nomi che verrebbero estromessi al momento vige ancora il mistero, o meglio la stampa britannica cerca di essere diplomatica il più possibile.

Però pesano le parole di Pat McFadden, che nel governo ombra è sottosegretario con delega all’Europa. Una posizione importantissima di questi tempi in cui si discute tanto di Brexit e in cui si aspetta che il primo ministro conservatore, David Cameron, finisca la sua rinegoziazione con Bruxelles in vista di un referendum ‘dentro o fuori l’Unione europea’. McFadden, parlando con la radio della Bbc, è stato fermo e determinato: “Corbyn ha sempre parlato di una politica aperta e pluralista, ma un rimpasto che sia una punizione per un ministro ombra che è in disaccordo con lui potrebbe apparire alla fine esagerato e divisivo”. C’è insomma da scommettere che l’opposizione al leader di opposizione non finirà con un semplice rimpasto: Corbyn avrà sicuramente tanti problemi di tenuta da affrontare nei prossimi mesi.