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Parlare di Checco Zalone sta diventando complicato. Non c’è più spazio tra gli esaltati “Ho sempre amato Zalone” e gli spietati “E’ una merda totale”. Una via di mezzo non pare esistere. Di recente Il Foglio mi ha giustamente pizzicato, riprendendo una mia fenomenologia del 2011 perfetta al 90% (e la stranezza è che non lo fosse al 100%). In quel pezzo, stupidamente, esprimevo dubbi sulla sua longevità commerciale: che follia. Eccome se è, e sarà, longevo. Quello che trovo oggi deprimente è l’esaltazione acritica che si sta facendo di Zalone, quasi che avessimo scoperto il nuovo Chaplin. Magari fosse vero.
Lasciamo stare i casi clinici, tipo Renzi, che ha fatto sapere di avere sempre creduto in Zalone, a differenza dei “radical chic”. Renzi mi preoccupa sempre più: vive in un mondo disegnato da Farinetti, si appropria di ogni vittoria (mai sua), mente con la naturalezza con cui Bombolo dava fiato alle trombe ed è sempre più sofferente. Oltretutto le ultime foto lo mostrano lievitato come un buondì Motta gigante, e per un narciso (immotivato) è un problema enorme: gli sono vicino nel dolore.
Torniamo però a Zalone e all’improvviso “obbligo” patrio di partecipare alla sua celebrazione. Non è certo colpa di Zalone se in Italia andiamo a mode e da un giorno all’altro si passa dalle stalle alle stelle (e viceversa). Il primo a ridere dei commenti di queste ore sarà proprio lui. Zalone è un buon comico e un discreto talento. I suoi film sono molto esili, ma tutto sommato piacevoli. E alcune sue imitazioni sono strepitose: Vendola, Saviano, Gramellini.
Personalmente lo preferisco in tv, o negli spettacoli dal vivo, che al cinema. E capita a molti comici. Continuo a pensare che, se fosse esploso tra i Settanta e gli Ottanta, in mezzo ai Nuti e ai Benigni, ai Troisi e ai Verdone, in pochi si sarebbero accorti di lui. O quantomeno sarebbe rimasto sullo sfondo. Invece, oggi, svetta. Si può applicare il concetto a ogni campo dello scibile. Ieri c’erano i Pink Floyd e oggi i Modà. Ieri c’era Berlinguer (Enrico) e oggi Orfini. Ieri c’era Montanelli e oggi Rondolino (qui i renziani metteranno “Travaglio” o “Scanzi”: non siate prevedibili, su. Ho bisogno di avversari all’altezza, oppure mi annoio come Muhammad Ali con Ernie Terrell).
Non ho nulla contro Zalone, se danno su Sky Cado dalle nubi lo guardo con piacere (e neanche io so perché). Due volte su tre mi fa sorridere e quattro anni fa lo sottovalutai: mea culpa, mea grandissima culpa. Faccio però notare ai neo-zalonisti, quelli che da giorni ci triturano le palle col concetto “ha fatto 14 milioni di euro in due giorni QUINDI è bravo”, che il loro è un ragionamento appena spericolato. Se è il box office a decretare insindacabilmente il successo, allora Massimo Boldi fino a ieri era De Niro. Se è il venduto a essere per forza direttamente proporzionale al talento, allora Emma è venti volte più brava di Guccini. E se è la maggioranza ad avere sempre ragione, allora Churchill a Berlusconi gli spicciava casa (cit.).
C’è sempre il rischio, così “argomentando”, di dar ragione a Valerio Mastandrea in Viva la libertà: “La gente ama anche la merda. Ma non è per questo che bisogna dargliela!”. Come dire: io capisco (anzi no) l’effetto pavloviano che scatta in molti italiani quando si tratta di riverire il vincitore, sia esso un politico o un attore: è proprio un istinto naturale, evidentemente, quello di leccare chi in quel momento sta più in alto. Così facendo, però, si perde quantomeno in lucidità e credibilità. E’ davvero difficile dire che, molto semplicemente, Luca Medici in arte Checco Zalone è “solo” un buon comico?