“Io voglio parlare a più gente possibile, più che unirla, ma non per gli incassi (che nemmeno condivido), bensì perché essere capito è il senso del mio lavoro. Quando scrivo penso a mia madre, mi chiedo se lei mi capirebbe, e cerco un linguaggio universale che non sia pacchiano. Rivendico l’appartenenza al concetto gramsciano di nazional popolare”.
(Gennaro Nunziante, regista di “Quo vado”, intervista a Linkiesta, 31 dicembre 2015)

In Italia, il termine nazionale ha un significato molto ristretto ideologicamente e in ogni caso non coincide con popolare, perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibale Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano.
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935)

La costante abitudine a correggere e completare la propria opinione confrontandola con le altrui non solo non causa dubbi ed esitazioni nel tradurla in pratica, ma anzi è l’unico fondamento stabile di una corretta fiducia in essa.
(John Stuart Mill, Saggio sulla libertà, 1859)

Photocall del film di Checco Zalone Quo Vado

Il successo di Checco Zalone è un problema per chi non lo vuole capire. Di chi non lo capisce da destra, per così dire, e di chi non lo capisce da sinistra. Di chi non lo capisce dal basso e di chi non lo capisce dall’alto.

Da una parte coloro che, poverini, credono davvero che quella sia una “celebrazione” del “vero italiano”: “Ma sì, noi siamo fatti così, siamo incorreggibili, è per questo che il mondo ci ama”, con un ghigno sulla bocca e formulette auto-assolutorie. Altri, miserabili, sentiranno pure il sollievo, la liberazione, la fierezza di poter rivendicare di essere mediocre, ignorante, ipocrita, razzista, maschilista, opportunista: siccome lo fa uno che fa ridere al cinema, allora posso anch’io.

Poi ci sono quelli che “Zalone mi piace perché è contro il buonismo”: non vuol dire nulla, ma è il passepartout per poter sparare delle bestialità solo per il gusto di farlo (il buco nell’ozono è una fesseria, il razzismo lo ha inventato l’Unità quando collaborava con il Kgb, non c’è niente di male nel mangiare carne di tigre del Bengala, picchiare i figli in fondo è il metodo più efficace delle nostre care nonne), bestialità che solitamente si trovano scritte sui giornali di destra.

E infine c’è chi si prende tutta la puzza e se la ficca sotto al naso. I professorini, scandalizzati al solo pensiero, penseranno che i 900mila italiani che hanno fatto la coda nel primo giorno di proiezioni siano tutti cretini, decerebrati che compongono la fotografia di un Paese “rincoglionito da Berlusconi” e il fatto che a vedere il film sia andato “perfino” il presidente del Consiglio con i figli (paura!) è la dimostrazione che l’Italia è allucinata, caprona, senza speranza e avanti e avanti e avanti con tutto il vocabolario di genere.

Fuori classifica resta Renato Brunetta che per un altro film, Sole a catinelle, riuscì a dire questo.

Proprio di tutti loro – un bel pezzo di italiani – Checco Zalone parla nel suo film. Proprio tutti loro Zalone prende per il culo. A loro dà l’occasione di vedersi allo specchio, forse smascherati. Il politicamente scorretto funziona quando strappa, oltre che qualche risata, anche qualche velo. Quando viene utilizzato per rompere uno schema, cambiare qualche prospettiva, dare una sbirciatina a quello c’è fuori dal pianerottolo, dare una lucidatina a idee che, se incrostate nel tempo, rischiano di diventare ninne nanne, credenze, totem, urne polverose, forse solo “moda”.

Ecco, il film di Zalone in questo senso per molti sarebbe una sorpresa. Peccato che non lo scopriranno mai perché non andranno al cinema a vederlo, non perderanno occasione per esporre la loro diserzione eroica, correranno a commentare inveleniti perfino queste povere righe. A fine giornata, però, si sentiranno intelligentissimi e con la cultura altissima.

Ps. In questo post c’è la parola “caprona”. Il rischio è altissimo. Il primo provvedimento dell’anno di una tale associazione animalista è stato quello di querelare Sgarbi per il suo vezzo di chiamare tutti “capre”. Per cose come queste, piuttosto, gli indignati di professione dovrebbero fare la rivoluzione armati di baionetta.