Nel romanzo di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883), la metafora del reo in carrozza e l’innocente a piedi, si materializza nella città di Acchiappacitrulli, dove Pinocchio, da ricco putativo diventato povero autentico, tenta la sua prima sortita squisitamente sociale: derubato delle monete ricevute da Mangiafoco, disperato si reca dal giudice, gran scimmione “della razza dei Gorilla”; anziano; rispettabile; occhiali d’oro, senza vetri; gran barba bianca, il quale, saggio e buono, lo ascolta con attenta benignità, s’intenerisce e commuove; quindi condanna il burattino, “questo povero diavolo”, alla prigione. Ne uscirà in modo casuale e degradato, per amnistia, ma solo dopo essersi dichiarato “malandrino”.

L’episodio è, all’apparenza, paradossale e il paradosso si identifica con la parodia del sistema giudiziario. Di fronte, però, ad interpretazioni che vorrebbero leggere, nella divertente pagina del gran libro per ragazzi, l’avvertimento criptato per i giovani lettori che sulla verità si fonda la rettitudine della convivenza civile, ma le istituzioni possono simulare e far valere la menzogna, così che, accertato il delitto, non si puniscono i colpevoli, ma la vittima, il giusfilosofo diffida: perché si possa parlare di “giustizia capovolta” occorrono un delitto, un colpevole assolto o nemmeno accusato e un innocente condannato e punito; ma nel caso di Pinocchio questa simmetria manca: il burattino non viene condannato per un reato commesso da altri, il furto cioè di quattro zecchini d’oro, bensì per un fatto suo proprio del tutto diverso, ossia per essere stato derubato; il Gatto e la Volpe, per contro, rimangono a piede libero, non perché erroneamente o arbitrariamente ritenuti estranei al delitto, che anzi nessuno dubita abbiano effettivamente commesso, ma perché estranei al processo, dove nessuno li ha chiamati. Sicché, se di arbitrio si potesse parlare esso non avrebbe natura processuale, ma eventualmente sostanziale, sempre che, ad Acchiappacitrulli non esista una norma che proibisca di farsi derubare, almeno in circostanze come quelle in cui si è fatto derubare Pinocchio. La lettura, allora, deve necessariamente essere un’altra.

Innanzitutto, Pinocchio, per ben due volte, si è lasciato abbindolare dagli artifici e raggiri del Gatto e della Volpe, disinvolti promotori finanziari: ha disatteso gli avvertimenti del Merlo bianco e del Grillo; ha ignorato le lezioni morali della Fata Turchina e del suo staff medico e paramedico; ha trascurato indizi gravi, precisi e concordanti della disonestà dei suoi “amici”, dallo scrocco della cena al Gambero Rosso allo zampetto troncato al Gatto. Questo, si potrebbe comunque obiettare, non giustifica la condanna: Pinocchio, in fin dei conti, è un burattino ancora privo di una solida formazione morale e di un’adeguata esperienza di vita, nulla a che vedere, insomma, con quelle persone adulte e presumibilmente responsabili, tra le quali hanno avuto largo successo prodotti finanziari solo di poco più credibili di quelli del Gatto e della Volpe: è ancora viva, tanto per intenderci, l’eco delle tensioni per il salvataggio delle banche messe in sicurezza grazie a uno sforzo ripartito tra l’intero sistema bancario, azionisti e titolari delle obbligazioni subordinate, che ha prodotto la rovina di 130 mila risparmiatori.

Ma a suo carico c’è ben altro. Uscendo dal Teatro di Mangiafoco con cinque monete in tasca, s’era ripromesso di migliorare con esse il tenore di vita di Geppetto. Quando, però, seminate ormai le monete d’oro, si prepara a raccogliere i frutti del suo investimento, immagina che gli zecchini cresciuti sull’albero possano essere anche molti di più dei duemila corrispondenti al tasso vertiginoso promesso dai “malandrini”, cinquemila forse o magari centomila. Sicché cambiano qualitativamente i suoi programmi relativi all’impiego del capitale: Pinocchio non vuole più arricchire grazie al regalo di Mangiafoco e ai generosi consigli dei suoi “amici”, accontentatisi di una scorpacciata al Gambero Rosso; vuole invece essere ricco e basta, senza lavorare, né studiare, né ringraziare nessuno. Ecco, allora, che la sua colpa non è soltanto quella di essersi fidato dei “malandrini”, ma di aver desiderato una ricchezza generata da se stessa, senza alcun rapporto con la fatica e con il merito.

E valga il vero. Al campo dei Miracoli, il Pappagallo, aveva impartito a Pinocchio un’austera lezione di stampo aristotelico e tomistico sulla “sterilità del denaro”: l’aveva avvertito che, “per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa”. Pinocchio, però, non avendo compreso la lezione, “preso dalla disperazione, (era tornato) di corsa in città e (andato) difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato” e “alla presenza del giudice (aveva raccontato) per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; (dato) il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e (finito) col chiedere giustizia”. Il vecchio e rispettabile Gorilla colse gli esatti termini della situazione: inutile citare il Gatto e la Volpe, già irreversibilmente inchiodati alle loro responsabilità; era su Pinocchio che occorreva pronunciarsi: il burattino si era presentato al Giudice esclusivamente nella veste di parte lesa, anziché anche nel ruolo d’imputato; fu, dunque, perché capisse la sottile lezione impartitagli dal Pappagallo, che il Gorilla ordinò ai suoi mastini: “Pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”.