Se la tradizione vuole che si mangino dodici chicchi d’uva per ogni rintocco di campana che segna la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno (in segno di buona fortuna), probabilmente al leader di Izquierda Unida Alberto Garzón qualche chicco è andato di traverso. A Capodanno, il giovane trentenne alla guida del partito della sinistra radicale, s’è visto lì, in primo piano sulla versione digitale de El País, mentre dava per morto un partito, il suo, con tre decenni di storia. Botta e risposta su Twitter, con una sfilza di punti interrogativi rivolti al quotidiano. Poi un post di spiegazioni sulla sua pagina Facebook.

Non sarà la fine di IU ma poco ci manca, se lo stesso segretario nazionale parla di “un processo partecipativo, intenso, onesto e aperto, che dovrebbe portare alla creazione di uno strumento organizzativo della sinistra federale e progressista che contesti il potere all’oligarchia e apra un processo costituente per un nuovo Paese”. Un processo insomma che si lascia alle spalle la struttura rigida e burocratica del partito, che rompe con la vecchia guardia (in primis i veterani del partito comunista che sono la maggioranza) e che comincerà il 9 gennaio. E senza la nota sigla IU.

La formazione che ne verrà fuori – e probabilmente con un altro nome – cercherà nuove alleanze elettorali con Podemos (come quelle già ottenute in Catalogna e Galizia), ma sempre dalla sua posizione indipendente. “Non vogliamo una barchetta per entrare in Podemos”, ha messo in chiaro Garzón. Probabile. Di fatto però i programmi tra i due partiti sono molto simili. Tanto più che, in questa nuova legislatura, semmai verrà formata una maggioranza di governo la Camera spagnola sarà la più frammentata della storia. E i corteggiamenti tra i partiti per la creazione di un governo sono ormai agli sgoccioli.

Il premier uscente Mariano Rajoy si affanna ad invocare l’unità nazionale per un largo appoggio parlamentario ma i socialisti hanno già risposto con un secco “no, grazie”. Sfumata l’ipotesi di una grande alleanza alla tedesca, con Ciudadanos come colla di giuntura, Rajoy si è detto pronto a nuove elezioni, dove lui sarà ancora il candidato, nonostante l’ex premier José María Aznar aveva auspicato, all’indomani del voto, un “urgente” congresso di partito per eleggere un nuovo leader.

Non è più fortunato Pedro Sanchéz, che ha portato il Psoe a un disastroso risultato elettorale. I socialisti non vogliono appoggiare un nuovo governo a guida dei popolari né fare facili accordi con Podemos, soprattutto per quel punto chiave che è diventato conditio sine qua non del movimento di Pablo Iglesias: una riforma della Costituzione che permetta alla Catalogna di convocare un referendum di autodeterminazione. “Non possiamo accettare l’appoggio di un partito che magari può affidarti l’incarico, ma non ti lascia governare. Non dialogheremo sull’unità nazionale”, dicono dai vertici del Psoe dove l’idea di tornare alle elezioni pare sempre più vicina. Senza contare le pressioni che Sanchéz sta subendo giorno dopo giorno da alcuni membri del partito che vorrebbero destituirlo a favore della rampante andalusa Susana Díaz.

Non va meglio nemmeno ad Albert Rivera, candidato di Ciudadanos, che aveva proposto un patto con PP e Psoe senza alcun risultato e che, nonostante sia aperto su vari fronti (eccetto su Podemos), non ha i numeri sufficienti per poter capovolgere le sorti dell’arco parlamentare.

Las uvas de la suerte (gli acini d’uva della fortuna) a Madrid sembrano siano andati di traverso un po’ a tutti i candidati alla guida del Paese. Rajoy vede svanito il sogno di una maggioranza assoluta; Sánchez l’utopia di essere il nuovo leader; Rivera perde l’occasione di essere l’incarnazione di una seconda storica Transizione e Iglesias al momento si barrica dietro il “diritto a decidere”, prima ancora che al suo programma di ribellione sociale.

@si_ragu