Come il ruolo dei giovani italiani è stato determinante per l’inserimento del principio dell’equità intergenerazionale nel testo negoziale.

Sono oramai passate oltre due settimane dalla chiusura della XXI Conferenza delle Parti (Cop) di Parigi: in questi giorni sui giornali e media italiani si è raccontato tutto e il contrario di tutto, in molti casi a scapito di analisi critiche serie e motivate. Si è passati da un eccesso di trionfalismo al disfattismo, quest’ultimo troppo spesso supportato da motivazioni qualunquistiche o legate ad una profonda ignoranza del tema e, ancor più, del percorso e degli obiettivi prestabiliti della conferenza stessa.

Ma in questo post vogliamo raccontarvi una storia positiva dell’accordo di Parigi sul clima, per certi versi un vero e proprio successo, raggiunto all’approvazione del testo lo scorso sabato 12 dicembre: per la prima volta nella storia del diritto internazionale sull’ambiente, il principio dell’equità intergenerazionale è stato inserito in maniera esplicita in un trattato internazionale.

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Presente nel preambolo del Paris Agreement, infatti, tale menzione rappresenta la materializzazione di quanto espresso implicitamente nell’art. 3.1 della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc), ovvero della necessità di preservare il pianeta a vantaggio delle “generazioni presenti e future”.

Tale traguardo potrebbe apparire a prima vista come un semplice tecnicismo, che non comporti reali cambiamenti: tuttavia, la presenza del principio implica che tutte le decisioni che saranno prese per l’attuazione di questo accordo (ovvero per i prossimi 15 anni, fino al 2030) dovranno tenere conto non solo dei principi di equità tra Paesi, bensì anche tra generazioni affinché quelle future possano usufruire dello stesso tipo di risorse e servizi naturali di cui possiamo beneficiare noi oggi.

Se l’equità intergenerazionale è riuscita a trovare spazio nel testo, lo si deve ad una forte azione di lobby da parte di Youngo – il gruppo d’interesse, riconosciuto dall’Onu, che racchiude tutti i giovani che partecipano al negoziato come osservatori – ed in particolare grazie al gruppo di lavoro appositamente creato (IntEq Working Group), che dal 2013 ha lavorato senza sosta con circa 30 membri, sia a livello nazionale che internazionale, per promuovere la discussione del principio e trovare sostenitori fra i Paesi (ne avevamo già parlato qui e qui su questo blog).

All’interno del gruppo di lavoro, estremamente rilevante è stata l’attività della Sezione Giovani di Italian Climate Network come movimento giovanile per il clima italiano: in fase di avvio e nel corso dei primi due anni, grazie ad una forte azione a livello nazionale che ha portato alla creazione, con altri partner, di un Think Tank giovanile dedicato al tema, il cui documento conclusivo è stato tradotto e portato alla Conferenza mondiale dei Giovani di Lima (Coy10) lo scorso anno.

Nel corso del 2015, dopo che nel mese di febbraio proprio un giovane italiano era riuscito a convincere il gruppo negoziale Ailac (Paesi latino-americani e caraibici) a richiedere ed ottenere l’inserimento del principio nella bozza di testo negoziale, il lavoro dei giovani italiani si è concentrato sulla sensibilizzazione delle istituzioni nazionali. Un lavoro che ha dato i suoi frutti proprio alla Cop21 di Parigi dove il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ha firmato un documento per sostenere la presenza dell’equità intergenerazionale nel testo negoziale in quelle ore in discussione, rendendo l’Italia uno dei primi Stati Membri dell’Unione Europea a prendere una posizione esplicita sul principio.

Il lavoro congiunto con il gruppo internazionale ha infine portato al successo, nonostante un “brivido” nell’ultima notte prima del termine del negoziato quando, per un mero errore di revisione di bozze, il principio era stato cancellato dal testo, scatenando il tweetstorm dei giovani delegati alla ricerca di spiegazioni verso i negoziatori e – su tutti – verso la facilitatrice del gruppo di lavoro sul preambolo, la venezuelana Claudia Salerno, la quale si è poi scusata pubblicamente spiegando l’errore in plenaria: tutto è bene ciò che finisce bene.

In conclusione, la Cop21 ha mostrato come la società civile abbia un ruolo fondamentale all’interno dei negoziati, risultando effettivamente in grado di influenzarne concretamente le decisioni. Guardandoci indietro, possiamo dire con certezza che senza la forte spinta dei giovani l’equità intergenerazionale non sarebbe entrata nel testo; e che, senza il lavoro italiano, probabilmente avrebbe fatto molta più fatica.

Alla sua base, l’accordo di Parigi ha qualcosa di tricolore.

di Federico Antognazza, Federico Brocchieri e Sergio Castellari